La "carezza" di San Matteo ai detenuti, il Vescovo Bellandi: "Coraggio"

Tanta commozione nella casa circondariale di Fuorni. Agli uomini e alle donne reclusi sono stati donati il rosario, il libricino delle preghiere, il messaggio del Papa. Poi la benedizione con il braccio del Santo Evangelista, patrono di Salerno

Il braccio di San Matteo, sorretto dall’Arcivescovo Metropolita Andrea Bellandi, ha fatto visita ai detenuti della casa circondariale di Salerno-Fuorni. Dopo la visita agli ammalati del Ruggi, ecco l'ingresso in carcere, altro luogo di sofferenza ma anche di "speranza e di fiducia", com'è stato più volte ribadito. Cappella gremita, tanta emozione: al momento della benedizione, che ha concluso la Santa Messa concelebrata da don Rosario Petrone, Cappellano d’Istituto, don Vincenzo Di Marino, don Alessandro Cirillo e don Silvio Telonico, diacono permanente, in pochi sono riusciti a trattenere le lacrime. Uomini e donne tra i banchi si sono inginocchiati, hanno chinato il capo per la «carezza» di San Matteo. Il braccio del Santo ha fatto poi ingresso nelle varie sezioni del carcere. Ha avuto accesso soltanto il Vescovo, accompagnato dai sacerdoti e dalla direttrice della casa circondariale.

I doni

Monsignor Andrea Bellandi ha consegnato a tutti non solo il rosario, il libricino delle preghiere e il messaggio del Santo Padre ma anche una parola d’ordine, auspicio e raccomandazione. "Coraggio", ha ribadito dall’altare. Ha aggiunto: "Non spegnete la fiammella della speranza del futuro. C’è sempre un diritto a ricominciare. Prego per voi e voi pregate per me". Aiutandosi con le parole di Papa Francesco, rivolte al mondo penitenziario che ha accolto sabato scorso, Bellandi ha chiesto "fiducia e speranza ai detenuti, perché siete il cuore di Dio, siete importanti per Lui, siete nei suoi occhi. Non vi lascia soli. Non cedete mai alla tentazione di abbandonarvi in una cella buia del vostro cuore. Non perdete mai la speranza. La pace rimane nel coraggio umile di chi non mente a se stesso". I detenuti hanno donato al vescovo un quadro raffigurante la Madonna, realizzato nel laboratorio di ceramica. Uno di loro ha scritto una lettera a Monsignor Bellandi: "Ci affidiamo alle vostre preghiere, vogliamo ricominciare. Siamo privati di libertà e affetti, si fa fatica a credere in Dio ma siamo animati da speranza".


L’attesa


Incenso per rendere gloria a Dio, fiumi di grazia attraverso  il sacramento della riconciliazione impartito alla persone che hanno chiesto e ottenuto di confessarsi. Così, tra canti, preghiere e qualche bonario invito al silenzio, gli uomini e le donne della casa circondariale di Fuorni-Salerno, insieme agli agenti di polizia penitenziaria, hanno atteso l’inizio della celebrazione eucaristica. "Vengo da molto lontano, da Firenze – si è presentato così l’arcivescovo Bellandi – ma mi sento vicinissimo a voi. Non mi sento estraneo ma partecipe della condizione che vivete. Sono contento di essere tra voi". I detenuti hanno a lungo applaudito, mentre in prima fila ha preso posto la direttrice della casa circondariale, Rita Romano. Dopo la prima lettura, tratta dalla Lettera di San Paolo Apostolo a Timoteo, il versetto «grandi sono le opere del Signore» che l’assemblea ha ripetuto durante il salmo responsoriale e l’introduzione al Vangelo «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi ristorerò», è stato letto il Vangelo di Luca. Gesù entra in casa del fariseo e della donna peccatrice che, invece, si commuove e gli cosparge profumo sui piedi, insieme alle lacrime. "I tuoi peccati sono perdonati, la tua fede ti ha salvato: vai in pace". 


L’omelia e il “diverso metro di giudizio”

"La peccatrice ha un cuore ancora vivo – ha detto Bellandi – riconosce i propri errori e sa che non le impediscono di volere bene. Gesù non la giudicava né la escludeva dal proprio sguardo. La peccatrice sentiva battere il proprio cuore e capiva che era ancora capace di amare. Il fariseo, invece, aveva il cuore arido, pensava di essere una persona perbene e in ordine. La differenza non è tra chi sta dentro e chi sta fuori ma – agli occhi di Dio – tra chi ha un cuore capace di amore e chi, invece, ce l’ha inaridito. La differenza non la fanno il peccato e quante volte e la sua grandezza, perché tutti, a partire dal Vescovo, hanno commesso errori e tutti abbiamo scheletri nell’armadio. La differenza è in questa domanda: noi siamo come il fariseo o come la peccatrice? Se saremo come la peccatrice, avremo la sua umiltà e la sua grandezza. Vorrei anche io, di fronte a Gesù, mettermi sempre in ginocchio e cospargergli i piedi di lacrime. Il Signore mi conservi e ci conservi questo atteggiamento così autenticamente umano. Il discrimine non è quanti peccati abbiamo e quanto sono stati gravi. Davanti alla società civile e allo Stato è un conto; davanti a Dio è diverso. L’amore nasce quando ci sentiamo perdonati. C’è, però, un passaggio ulteriore, la consapevolezza: dobbiamo avere la percezione di sentirci perdonati. Chiedo a San Matteo che ci conservi questa umanità per riconoscere l’enorme amore di Dio. Guardo a voi come persone e non come quelli che hanno sbagliato». 


 

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