Sette anni di processo per maltrattamenti: finisce l'incubo per un carabiniere

A scagionarlo dalle accuse i suoi due figli. Dopo la denuncia, il militare si è visto bloccare ogni avanzamento di carriera. Il processo, tuttavia, non ha evidenziato alcuna prova a suo carico

Era stato denunciato più volte per poi finire sotto processo con l’accusa di aver maltrattato la moglie. Una circostanza che aveva spinto la Procura di Nocera Inferiore ad aprire un fascicolo d’indagine e la stazione carabinieri di Fisciano, dove prestava e presta tutt’oggi servizio, un procedimento disciplinare. Due giorni fa il tribunale lo ha assolto. La sentenza è stata emessa dal giudice monocratico Anna Allegro. L’imputato, Alberto D’Amico, carabiniere di 50 anni, era assistito e difeso dagli avvocati difensori di fiducia Roberto Lanzi e Donatella Sica. A scagionarlo più di altro sono stati i suoi due figli. La sua vicenda giudiziaria ha avuto una durata lunga, circa sette anni. Un periodo nel quale l’uomo si è visto bloccare qualsiasi avanzamento di carriera, in virtù dell’esistenza di un processo penale che aveva fatto scattare anche il procedimento disciplinare da parte dei suoi superiori. L’accusa mossa dalla presunta parte offesa era di maltrattamenti, reato disciplinato dall’articolo 572 del codice penale e che prevede un massimo di pena pari anche a sei anni. Denunce che la donna aveva sporto e presentato non solo presso il comando dove lavorava il marito, ma anche presso quello generale dell’Arma e a quello della Guardia di Finanza. Questo aveva messo ancora più nel mirino il 50enne militare. Che cosa c’era in tutte quelle denunce: sia violenza fisica che verbale, che l’uomo avrebbe esercitato nei confronti della moglie in un periodo compreso tra il 2006 e il 2008. Episodi consumati durante la loro vita di coppia, senza un apparente motivo.

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Durante il processo la pubblica accusa aveva affrontato le circostanze non solo di quegli episodi, ma anche di presunte minacce, soprusi e ingiurie. Atteggiamenti ripetuti nel tempo e consumati in qualche occasione anche alla presenza dei figli. Anzi, lo stesso sistema educativo che il padre avrebbe trasmesso ai suoi due ragazzi sarebbe stato minato dal suo stesso atteggiamento violento. Il processo, tuttavia, ha raccontato un’altra storia. In primis, che nel periodo indicato in denuncia la coppia si avviava ad una separazione. Non solo: l’uomo è stato scagionato da qualsiasi sospetto o accusa proprio grazie alla testimonianza dei suoi figli. Uno, sposato che vive con la sua famiglia, mentre l’altro è tutt’oggi in sua compagnia. Con la conseguenza di aver chiuso, tra l’altro, ogni forma di rapporto con la madre. Quando il pubblico ministero e poi il giudice hanno ascoltato la loro versione, sono stati costretti a registrare ben altre circostanze. «Nostro padre non ci ha mai trattato male, né ha mai assunto comportamenti violenti nei nostri confronti o di nostra madre». Ragazzi che hanno 25 e 30 anni. Testimonianze che sono andate in forte contrasto con quelle della donna, che pur non specificando nel dettaglio i motivi di quei presunti atteggiamenti violenti commessi dal marito, aveva di fatto confermato ogni singola parola contenuta nelle precedenti denunce da lei depositate anni prima. 

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