Pagani, rapine e armi da guerra: Antimafia chiede 45 anni di carcere

Si chiude la fase dibattimentale del processo "Fabbro", che vede con le accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso e detenzione di armi, imputate cinque persone, sospettate di aver fatto parte di una banda dedita alle rapine

Si avvia alla conclusione il processo «Fabbro», con la Dda che ha chiesto chiede 45 anni di carcere (9 ciascuno) per cinque persone interne ad una banda sospettata di aver consumato e pianificato rapine a furgoni portavalori, al termine della fase dibattimentale. Gli imputati sono i paganesi Antonio Cascone, Gaetano Ceglia, Mario De Maio, Enrico Laierno e Alfonso Manzo. Chiesta l’assoluzione invece per Mario Zottoli. Il 24 maggio è prevista la sentenza del collegio Diograzia, dopo le discussioni degli avvocati difensori. L’indagine fu condotta dai carabinieri del Ros di Salerno, già impegnati a ricostruire la dinamica di alcuni colpi spettacolari in provincia di Salerno, come quello sull'autostrada direzione Pontecagnano, e a dare la caccia al super latitante e boss di Scafati, Franco Matrone. Le accuse sono di associazione a delinquere di stampo mafioso (ma il pm Montemurro ha chiesto la riqualificazione in associazione semplice, senza l'aggravante di camorra) e detenzione di armi da guerra. Il gruppo fu arrestato mentre usciva da un'abitazione nel parco "Sonia" a Pagani, a seguito di una riunione che pare fosse propedeutica a studiare e preparare l’assalto ad un portavalori. Il piano avrebbe previsto - secondo le indagini - un assalto a un furgone della Ipervigile, con un muro di auto in fiamme a bloccare l’obiettivo prima della rapina. I carabinieri individuarono i cinque attraverso intercettazioni ambientali, telefoniche e pedinamenti.

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La figura chiave fu ritenuta essere quella di Ferdinando Cirillo. Lo scafatese aveva una disponibilità di armi da guerra, come kalashinkov AK-47. Tra le ipotesi iniziali, c’era quella di organizzare colpi per finanziare i movimenti del boss Matrone. Circostanza venuta meno nella fase processuale. La Dda risalì poi anche a Vincenzo Staffetta, scafatese ritenuto vicino al gruppo di Franchino “a belva”, con precedenti per rapine, in contatto con i paganesi. I militari guidati dal maggiore Gabriele Mambor annotarono di un interessamento di quel gruppo - tra cui c’era Enrico Laierno, già condannato per l’assalto ad un portavalori a Pagani alla fine del 2016 - ad effettuare colpi ai blindati. Con il blitz, furono scoperte diverse armi da guerra custodite in un garage. Durante la requisitoria, il pm Vincenzo Montemurro ha ricordato le indagini e gli intrecci con i colpi ai blindati commessi in passato, insieme ad una ricognizione che Staffetta avrebbe fatto presso un ufficio postale. Il gruppo si sarebbe visto e incontrato quotidianamente, ma non sempre era unito su come agire. Divergenze sarebbero emerse proprio sul colpo che avrebbero dovuto effettuare, prima di finire in carcere. 

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