"Ruolo nel delitto non fu minimo", la Cassazione fissa nuovo processo per Vincenza Dipino

Non sarebbe stata "minima" la partecipazione di Vincenza Dipino all'omicidio di Patrizia Attruita, la donna uccisa nel marzo 2015 a Ravello dal compagno Giuseppe Lima, già condannato con rito abbreviato e in Appello, a 18 anni di reclusione

Non sarebbe stata "minima" la partecipazione di Vincenza Dipino all'omicidio di Patrizia Attruita, la donna uccisa nel marzo 2015 a Ravello dal compagno Giuseppe Lima, già condannato con rito abbreviato e in Appello, a 18 anni di reclusione. Giorni fa, la Corte di Cassazione ha annullato la condanna a 9 anni per la donna, rinviando ad un nuovo collegio, presso la Corte d'Assiste d'Appello di Napoli, il nuovo giudizio. 

I fatti

Se la Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati dalla difesa, ha invece accolto la tesi della procura generale, sollecitata anche dalle parti civili rappresentate dai legali Carlo De Martino e Carla Tirelli, sulle responsabilità presunte della donna durante i fatti. Per la procura la Dipino sarebbe stata responsabile dell'omicidio e la sua partecipazione al delitto non sarebbe stata minima, come invece riconobbe la Corte d'Appello, riducendole la pena e condannandola a 9 anni, con le attenuanti generiche della "minima partecipazione".  

La storia

La vittima, da circa tre anni, si era trasferita a Ravello, dove viveva con Lima in un fabbricato rurale. Entrambi, decisero poi di trasferirsi presso l’abitazione di Vincenza Dipino, pare dietro invito di quest’ultima. Tra le due donne sarebbe da subito scoppiata una rivalità per l'uomo di casa. Per i giudici non fu lei ad uccidere Patrizia. La Dipino si era infatti autoaccusata del delitto perchè pare - costretta dietro minaccia - dal suo amante,  compagno della vittima. In seguito, ritrattò. Patrizia venne uccisa il 25 marzo 2015. Nel rientrare a casa, scoprì i due a letto, con la successiva lite e colluttazione, che si concluse con la morte della donna. Lima, in un primo momento fu accusato di occultamento di cadavere, successivamente di concorso in omicidio. In base alla ricostruzione degli investigatori, la donna fu strangolata tra la cucina e la camera da letto. Il suo corpo fu trascinato per il corridoio e adagiato all'interno di una cassapanca, dove il 27 marzo fu ritrovato, 40 ore dopo la morte. A chiedere aiuto fu lo stesso Lima, che si rivolse ad un dipendente comunale per chiedere come comportarsi. 

Le indagini

I successivi accertamenti degli inquirenti portarono all'analisi della scena del crimine, evidenziando ulteriori particolari, come l’assunzione di un sonnifero da parte della vittima. Durante le indagini fu prelevato il Dna dalle sue unghie, con diversi sopralluoghi effettuati presso l'appartamento dove si era consumato il delitto. Lima si era dichiarato innocente e all'oscuro di tutto, fino a quando non fu proprio la donna a mostrargli il cadavere della compagna. Per DiPino sarà celebrato un nuovo processo con il rischio - in attesa di leggere le motivazioni della Cassazione - di una pena più alta rispetto alla precedente condanna. 

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