Risvolti psicologici nel combattere l'emergenza Covid-19: l'intervista a Pietro Crescenzo

Uno degli aspetti dell'emergenza Covid-19 che stiamo vivendo in questo periodo è senza dubbio legata ai risvolti psicologici che si abbattono su chi combatte "in prima linea"

Pietro Crescenzo

Uno degli aspetti dell'emergenza Covid-19 che stiamo vivendo in questo periodo è senza dubbio legata ai risvolti psicologici che si abbattono sugli operatori sanitari e non solo. A riguardo abbiamo intervistato Pietro Crescenzo, psicologo e dottore di ricerca in Metodologia della ricerca educativa, specialista in Risorse Umane, Formazione ed Orientamento, esperto in valutazione e trattamento dello Stress da Lavoro Correlato e della Sindrome del Burnout. 

Cosa rischiano gli operatori sanitari in prima linea in questo periodo d’emergenza? 

La categoria degli operatori sanitari è di per sé a forte rischio, in quanto è l’espressione più chiara della relazione di aiuto, che implica necessariamente un costo non solo di energie fisiche ma anche psicologiche con conseguenze, a volte importanti, nella vita dell’operatore. Prima della situazione emergenziale attuale abbiamo registrato cronache quasi quotidiane di aggressioni e pressioni sul personale sanitario costretto a confrontarsi non solo con la malattia, la morte e la precarietà ma anche con burocrazia, scarsa protezione ed impotenza. Questi elementi, nella pandemia che stiamo vivendo, si acutizzano ed amplificano rendendo questa categoria particolarmente a rischio di sviluppare patologie psichiche legate allo stress, quali il Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS) e la Sindrome del Burnout. 

Ci spiega cosa sono?

Il DPTS è una psicopatologia che ha un’alta possibilità di svilupparsi nelle persone che hanno subito o assistito, anche in maniera indiretta, ad un evento traumatico violento e potenzialmente catastrofico, che ha fatto sperimentare loro la sensazione di impotenza e rischio di perdere la propria vita. L’immensa sofferenza che deriva da tale evento si traduce in flashback dell’evento traumatico, incubi notturni, iperattivazione reattiva ad eventi anche innocui con attivazione di pensieri ed emozioni negativi.

La Sindrome del Burnout, che entrerà a far parte delle patologie del lavoro dal primo gennaio 2022, è una condizione psicopatologica complessa da stress cronico che si sviluppa a seguito di un’esposizione prolungata a fenomeni stressogeni e dopo innumerevoli tentativi inefficaci di farvi fronte. Ciò comporta uno stato di esaurimento mentale, fisico ed “affaticamento” emotivo e professionale ascrivibile a tutte le professioni con un’elevata implicazione relazionale: Medici, Infermieri, Psicologi, Operatori di sanità, Forze dell’Ordine, Vigili del fuoco, Insegnanti ed Educatori. Quest’affaticamento si può esprimere con manifestazione somatiche oltre che con problematiche relazionali, che possono coinvolgere la sfera privata dell’operatore così come può avere delle ricadute notevoli sulla qualità del lavoro e sull’interazione con l’utenza e colleghi. 

Cosa suggerirebbe agli operatori sanitari per tutelarsi da questi rischi?

Il primo punto è riconoscersi come esseri umani, con limiti, difficoltà e soprattutto emozioni.  In questo modo evitare una deriva depressiva che implica l’impossibilità di salvare tutti e la consapevolezza che non tutto è sotto il nostro controllo. A questo punto bisogna porsi una domanda: chi si prende cura di chi cura?

Lo stress a cui gli operatori sanitari e le forze dell’ordine sono sottoposti è immenso e ha necessità di essere assolutamente accolto, elaborato e ristrutturato. Per questo bisogna imparare a chiedere aiuto. Praticamente in tutta Italia, gli psicologi hanno attivato reti di sostegno rivolti alla popolazione e quindi accessibili a tutti i cittadini che ne hanno bisogno, compresi gli operatori di sanità e alle forze dell’ordine. In particolare in Campania vi è un forte ramo di psicologia dell’emergenza che si è già attivato ed agisce operativamente sul territorio.  È bene chiarire che la relazione psicologica è un luogo protetto dove dare spazio e voce alle emozioni, anche a quelle indicibili, in modo da poterle rendere più gestibili.

Cosa dovrebbero fare le Istituzioni?

Questa è una domanda che necessiterebbe di uno spazio ed una riflessione molto più ampia, tuttavia bisogna chiarire la necessità di programmare il supporto al personale sanitario e alle forze dell’ordine impiegate anche dopo la pandemia, al pari della popolazione. Ricorrere agli psicologi solo in termini di emergenza è riduttivo, mentre bisogna guardare a lungo termine per il benessere di quelli che oggi chiamiamo “eroi”. La salute è un benessere fisico, psichico e sociale. Cosa stabilità anni fa dall’OMS e ripresa in virtù della pandemia sia per gli effetti dalla stessa sulla popolazione sia sugli operatori in prima linea.

Ciò comporta anche un cambio di prospettiva: gli psicologi nel servizio pubblico (ancora troppo pochi) vengono impiegati con l’utenza dei servizi per lo più in azioni di supporto e cura della psicopatologia mentre bisognerebbe anche incrementare l’azione diretta al benessere individuale ed organizzativo del personale. Lo psicologo, contrariamente all’ancora troppo diffuso ed erroneo senso comune, non interviene solo sulla patologia o su stati conclamati di malessere ma riveste un ruolo fondamentale nella crescita emotiva, relazionale e sociale della persona.
 

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