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Angri, "Fu agguato mafioso": la Cassazione blinda i due killer indagati per tentato omicidio

I componenti dell’agguato restano in carcere. Viene confermata, così e con queste motivazioni, la misura cautelare del gip del Tribunale di Salerno nella scorsa primavera

«Il metodo mafioso si determina per impiego di forza e intimidazione del vincolo associativo e nella condizione di assoggettamento e omertà. Ma non presuppone necessariamente un’associazione costituita, essendo sufficiente la veste tipicamente mafiosa». Così la Cassazione spiega nel rigettare il ricorso presentato da N.L. , indagato del tentato omicidio di un imprenditore di Angri, in concorso con A.M. I componenti dell’agguato restano in carcere. Viene confermata, così e con queste motivazioni, la misura cautelare del gip del Tribunale di Salerno nella scorsa primavera.

L'indagine

«Le caratteristiche dell’agguato a D.C., nei profili di spettacolarità e organizzazione descritti, integrano l’aggravante mafiosa», aggiungono gli ermellini. La questione, come scrive la Corte, prescinde dalla finalità estorsiva ai danni della vittima, non dimostrata, così da ritenere inammissibile il ricorso. Fuori dal percorso strettamente giuridico seguito da tribunali e magistrati, certamente gli investigatori lavorano ai collegamenti con gli equilibri criminali sul territorio, tenendo conto del quadro pregresso relativo allo stesso imprenditore di Angri, noto alle forze dell’ordine e titolare di cooperative impegnate nel settore delle pulizie e della sanificazione. E già vittima di un attentato - la sua società almeno - un anno fa. I due paganesi furono arrestati a giugno scorso, dopo un lavoro rapido dei carabinieri coordinati dalla Procura Antimafia di Salerno. Per gli inquirenti sarebbero loro i responsabili dell’agguato in stile camorristico consumato contro l’imprenditore. La vittima era riuscita a salvarsi grazie ad una reazione disperata e una fuga in auto. N.L. e A.M. , secondo le accuse, volevano uccidere l'imprenditore delle cooperative di pulizie. Nella prima fase delle indagini cadde l’ipotesi del metodo mafioso. L’aggravante fu poi confermata dal Riesame, fino alla Cassazione. 

L'agguato

L’agguato scattò alla fine dello scorso maggio. I due indagato erano in sella ad una moto di grossa cilindrata. Il fatto si consumò sul ponte di via delle Fontane. Uno dei due impugnava una pistola magnum. Sparò più volte verso la vittima, rimasta ferita ad un braccio. Dopo aver sparato all’indirizzo del bersaglio, entrambi fuggirono a piedi perché la vittima aveva avuto l’abilità e la fortuna di farli cadere dalla moto: gli elementi di prova raccolti si erano dimostrati sufficientemente solidi, per il Riesame, che era andato oltre, riconoscendo l’esistenza di una ipotetica cosca «che aveva emesso sentenza di morte e l’operatività di killer che ne davano attuazione». Restano ignoti i mandanti, ad oggi.

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