V Rapporto Agromafie e caporalato: la fotografia sullo sfruttamento

Nel rapporto, anche lo studio sulla Campania con la provincia di Salerno (e in particolare la Piana del Sele con i comuni di Battipaglia ed Eboli)

Sono circa circa 180.000 i lavoratori particolarmente vulnerabili, e quindi, soggetti a fenomeni di sfruttamento e caporalato. Cosi' il V Rapporto Agromafie e caporalato a cura dell'Osservatorio Placido Rizzotto/ FLAI- CGIL - come i precedenti - fotografa la situazione degli ultimi due anni (ottobre 2018-ottobre 2020) concernente lo sfruttamento lavorativo nel settore agro-alimentare e le criticitàdei rapporti di lavoro dovute a contratti ingannevoli e a raggiri perpetuati a danno dei lavoratori. Inganni e raggiri sono distribuiti diversamente in tutti gli ambiti produttivi che nel loro insieme costituiscono la filiera di valore dell'intero settore. Il V Rapporto si compone di quattro parti, ciascuna focalizzata ad esplorare specifici ambiti che nell'insieme contribuiscono ad illuminare il fenomeno dello sfruttamento lavorativo. "Alle pratiche di sfruttamento vanno contrapposti i diritti dei lavoratori- segnala il rapporto- diritti che vanno tutelati e garantiti a prescindere dalla nazionalità delle maestranze". La cittadinanza dei lavoratori infatti "e' motivo sovente di forti criticita': da una parte l'impianto iniquo della legge Bossi-Fini, dall'altra, i decreti Salvini focalizzati ossessivamente sul discutibile accostamento in termini sicuritari tra dell'immigrazione e criminalita' (la cosidetta 'crimmigration')".

Nel rapporto sono riportati i casi di studio territoriali effettuati in cinque regioni: il Veneto (con le province di Verona, Vicenza, Padova e Rovigo), la Toscana con la provincia di Livorno (e in particolare la Val di Cornia), la Campania con la provincia di Salerno (e in particolare la Piana del Sele con i comuni di Battipaglia ed Eboli), la Puglia con le province di Brindisi e Taranto ed infine la Sicilia con le province di Agrigento e di Trapani. Alla mappa - per cosi' dire orizzontale - sono seguiti focus specifici e maggiormente dettagliati su 10 regioni e 25 province, tra quelle dove il fenomeno del caporalato risulta essere più invasivo e destrutturante. Lo sfruttamento lavorativo "attraversa trasversalmente tutte le regioni/province italiane, giacchè in ciascuna di esse sono compresenti: occupati regolari con contratto rispettato in tutte le sue parti, occupati con contratto ma con parti dello stesso non rispettati (riduzione delle giornate di lavoro, salario minore di quello che compare nel medesimo contratto, risposi/ferie dimezzati/inesistenti), occupati senza contratto con rapporti di lavoro sbilanciati/asimmetrici.

Il V Rapporto Agromafie e caporalato a cura dell'Osservatorio Placido Rizzotto/ FLAI- CGIL pone attenzione anche alle condizioni alloggiative, in particolare delle componenti straniere, "poichè - una parte di questi ultimi vive all'interno di insediamenti informali di fortuna (ghetti, baraccopoli)". Incrociando tale situazione con le basse retribuzioni, "si genera un circolo vizioso che rende praticamente impossibile fuoriuscire da questo perverso meccanismo emarginante". Il rapporto sollecita "interventi di aggiustamento delle disposizioni" di settore che appaiono all'Osservatorio e alla Flai Cgil "necessari per prevenire infortuni sul lavoro, infortuni di diversa gravita' ed anche di situazioni (purtroppo) caratterizzate da morti sul lavoro: vuoi per la mancanza di strumenti antinfortunio/Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) vuoi per i ritmi estenuanti di lavoro (il cottimo e' quasi una regola aurea), vuoi, infine, ma non secondariamente, per gli attacchi razzisti che vengono perpetrati contro i lavoratori agricoli, soprattutto di origine straniera". Tra le maestranze straniere, poi, un posto di rilievo e' dato dalla componente femminile, "per la sua crescita quantitativa che si rileva nei processi migratori (si parla appunto di femminilizzazione dei flussi), e dunque di una accentuata presenza nei mercati del lavoro" che tende a configurarsi "come fortemente segmentata sulla base del genere, della classe e della nazionalita'". L'impiego in agricoltura - dal punto di vista quantitativo - costituisce il settore dove si riversano una parte delle donne migranti, dopo il lavoro domestico e di cura. In questo ambito occupazionale, "emerge un maggior isolamento delle lavoratrici agricole che specularmente tende a caratterizzarsi con una forte dipendenza dal datore di lavoro", rendendo i rapporti di lavoro "particolarmente permeabili a forme di variegate di abuso (incluse quelle a sfondo sessuale) e sfruttamento: le paghe di fatto sono mediamente minori, mentre gli orari di lavoro sono pressoche' assimilabili a quelli dei colleghi maschi".

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