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Contributi versati dal Comune di Cava, confermato sequestro sui conti di Servalli e Senatore

Il primo cittadino e l'assessore ai lavori pubblici sono indagati per indebita percezione di versamenti previdenziali da parte del Comune e false autodichiarazioni. A svolgere le indagini, nelle scorse settimane, le Fiamme Gialle di Salerno

Il Gip del Tribunale di Nocera Inferiore ha confermato il sequestro d’urgenza di somme di denaro sui conti correnti del sindaco di Cava de’ Tirreni Vincenzo Servalli e dell’assessore Nunzio Senatore, indagati per indebita percezione di versamenti previdenziali da parte del Comune e false autodichiarazioni. Per il giudice, infatti, dalla documentazione acquisita nel corso delle indagini da parte della Guardia di Finanza è emerso che Servalli e Senatore “hanno dichiarato un fatto non vero, ossia di non svolgere altra attività fisicamente rilevante, contrariamente a ciò che è emerso dalle rispettive dichiarazioni dei redditi”. 

Le contestazioni 

Le norme in vigore prevedono infatti che il Comune provveda al pagamento dei contributi all’Inps solo per gli “eletti” che lavorano “esclusivamente” per l’Ente locale. In caso contrario, l’obbligo resta in capo agli stessi amministratori. E così il Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Salerno ha accertato che, diversamente da quanto dichiarato nelle autocertificazioni, il primo cittadino e l’assessore avevano di fatto continuato a svolgere, in pieno mandato elettorale, altre attività professionali - l’uno quella di consulente assicurativo e l’altro di amministratore di un’impresa di costruzioni - per le quali percepivano regolari compensi. Insomma, i due amministratori, facendo risultare un rapporto di lavoro “esclusivo” con il Comune, avevano fatto sì che i loro contributi gravassero sul bilancio dell’Ente. Per garantire la restituzione delle somme illegittimamente versate, la Procura ha quindi emesso un provvedimento di sequestro d’urgenza dei conti correnti del sindaco e dell’assessore ai lavori pubblici, chiamati ora a rispondere dell’indebita percezione di oneri previdenziali rispettivamente quantificati in 60 e 20 mila euro

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