Cronaca

Al liceo scientifico “Genoino” arriva Cosimo Rega: “Io ex camorrista, con la cultura sono rinato”

Trentotto anni di ergastolo ostativo già scontati, tre omicidi alle spalle, un riscatto attraverso il teatro e di un amore duraturo che non si è fermato nemmeno davanti al muro del carcere a vita

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di SalernoToday

Mercoledì 27 novembre, alle ore 11 nell’aula magna del liceo scientifico “Genoino”, l’ex camorrista e scrittore Cosimo Rega incontrerà gli studenti con i quali parlerà di cultura e legalità. Diagolerà con Rega la dirigente scolastica del “Genoino” Stefania Lombardi. L’iniziativa - organizzata dalla professoressa Elvira Narbone - si inserisce nel progetto “A testa alta”, coordinato dalla professoressa Angela Di Gennaro  Il personaggio - Fine pena mai. Trentotto anni di ergastolo ostativo già scontati, tre omicidi alle spalle, un riscatto attraverso il teatro e di un amore duraturo che non si è fermato nemmeno davanti al muro del carcere a vita. É Cosimo Rega, di Angri, ex camorrista nel clan Alfieri Galasso. La sua casa è il carcere di Rebibbia, dove i fratelli Paolo e Vittorio Taviani hanno girato il pluripremiato film “Cesare deve morire” con attori detenuti nel reparto di massima sicurezza. Cosimo interpretava Cassio. Cosimo ora è attore e scrittore: la passione per il teatro è stata la chiave del suo riscatto. Nel 2012 fonda un gruppo teatrale a Rebibbia, nel 2012 pubblica il suo primo romanzo “Sumino ‘o Falco - autobiografia di un ergastolano” (Robin edizioni). Grazie all’affetto dei familiari, della cultura e di parte delle istituzioni, è un uomo recuperato, un uomo per bene. Ma Cosimo sa che la sua morte avverrà all’interno di un istituto penitenziario perché sconta l’ergastolo ostativo. “Il carcere ti incattivisce e crea odio” ha sottolineato Cosimo Rega in un’intervista. “Il problema – aggiunge - non è soltanto il sovraffollamento ma anche la mancanza di alternative: in carcere non si fa nulla! Si rimane sdraiati sulla branda”. 

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