Massimiliano Malzone morto durante un Tso: nessuna verità dopo due anni

La storia del 39enne salernitano morto l’8 giugno del 2015 dopo un Trattamento sanitario obbligatorio presso l’ospedale di Sant’Arsenio. "Sono scaduti i termini per le indagini", denuncia l'avvocato della famiglia, Michele Capano

Massimiliano Malzone, 39enne di Eboli, è morto l’8 giugno del 2015 dopo un Tso presso l’ospedale di Sant’Arsenio, in provincia di Salerno. Il ragazzo, in passato, aveva subìto altri due Trattamenti sanitari obbligatori, nel 2010 e nel 2013. Durante l’ultimo ricovero i familiari non hanno mai potuto vederlo. Lui ha provato a contattarli, usando un cellulare di una paziente, alle 12.45 del giorno in cui è morto: la telefonata fu interrotta bruscamente. Dopo meno di tre ore Massimiliano morirà. Il medico che avvisa la sorella Adele della morte di Massimiliano è lo stesso che era stato già condannato a quattro anni in primo grado per il decesso di Francesco Mastrogiovanni con l’accusa di sequestro di persona, morte come conseguenza di altro reato e falso ideologico, per non aver annotato la contenzione meccanica nella cartella clinica. "Il 28 maggio 2015 - racconta l'avvocato della famiglia, Michele Capano - Massimiliano Malzone veniva svegliato e fermato nella sua abitazione di Montecorice, nel salernitano, da alcuni agenti della polizia municipale senza un'autorizzazione giudiziaria e senza che ci fosse alcuna apparente situazione di emergenza. All'arrivo degli operatori sanitari, veniva poi condotto nell'ospedale di Sant'Arsenio per essere sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio. Qui troverà la morte l'8 giugno, undici giorni dopo, in circostanze ancora da chiarire, senza poter vedere né sentire i familiari".

A due anni dalla morte del 39enne di Eboli, trascorsi senza che le indagini abbiano dato esiti, il legale Michele Capano, tesoriere di Radicali Italiani e promotore della campagna "La libertà è terapeutica, per una riforma del Tso", ha scritto una lettera al procuratore della Repubblica di Lagonegro, al procuratore generale della Corte d'appello di Potenza, al procuratore generale presso la Corte di Cassazione e per conoscenza al ministro della Giustizia. Nella missiva Capano ripercorre il calvario di Malzone: la restrizione della libertà personale a opera dei vigili urbani - "arrivati a sbarrare con l'automobile l'uscita dell'abitazione" - stigmatizzata anche dagli operatori sanitari poiché aveva messo in agitazione l'uomo, che fino a poco prima dormiva, "ritardando e complicando, anziché agevolarla, l’azione medica". E poi, la negazione in ospedale di ogni contatto con la famiglia, che ha ricevuto rassicurazioni sulle condizioni di Massimiliano fino a poche ore prima di apprendere del suo decesso. La contenzione meccanica, documentata in cartella, e la "cura da cavallo" a cui è stato sottoposto, come riconosciuto da uno medici che per tranquillizzare la famiglia durante il ricovero rivela: "Gli abbiamo somministrato in una settimana quello che di norma si dà in tre mesi”. Terapia che, si chiede la famiglia, può aver avuto un collegamento concausale con l’arresto cardiaco?

Ma "non è per tutto questo che vi chiedo di esercitare le vostre responsabilità", scrive Capano alle autorità giudiziarie, "ve lo chiedo solo perché gli artt. 405 – 406 – 407  c.p.p. dettano il termine invalicabile di due anni per il compimento delle indagini. E oggi questo termine è spirato. Spirato come Massimiliano Malzone. Speriamo non siano spirati gli scampoli di Stato di diritto ancora rintracciabili in questa martoriata Repubblica", conclude la lettera. "La vicenda di Malzone, che vede coinvolti alcuni dei medici condannati per la morte di Franco Mastrogiovanni, conferma come non sia più rinviabile la riforma dell'istituto del Tso che noi Radicali Italiani proponiamo per offrire ai pazienti maggiori tutele e garanzie, e scongiurare così che, a 40 anni dalla legge Basaglia, continuino a verificarsi casi del genere", dichiara Michele Capano.  I Radicali italiani hanno presentato una proposta di legge di riforma della normativa sui Trattamenti sanitari obbligatori a cui vengono sottoposti alcuni pazienti psichici (qui tutti i dettagli), che punta a mettere un freno al fenomeno e prevedere una relazione annuale per fare chiarezza sui numeri. Obiettivo: evitare gli abusi e le degenerazioni che hanno portato, in alcuni casi, anche alla morte.
 

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