La lettera di Bellandi ai salernitani: "Non mondanizziamo il Natale"

L'arcivescovo di Salerno invita le famiglie a riscoprire il senso autentico della festività attraverso le parole di Papa Francesco: "Il nostro tempo appare spesso un deserto di umanità e paure. Stiamo vicini ad anziani e malati"

L'arcivescovo Bellandi

L’arcivescovo Andrea Bellandi ha pubblicato la sua prima lettera di Natale indirizzata ai alle famiglie salernitane e all’arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno mantenendo la tradizione del suo predecessore Luigi Moretti. Si tratta di una lunga e profonda riflessione “sui motivi profondi della Gioia che sgorga da questo tempo di Grazia”.

Il testo della lettera:

Carissimi, continuando una bella tradizione introdotta dal mio predecessore, l’Arcivescovo Luigi, anch’io desidero rivolgermi a voi in occasione della ricorrenza del Santo Natale, inviandovi qualche mia breve riflessione a pochi mesi dal mio arrivo nella Diocesi di Salerno-Campagna-Acerno.In questo primo periodo ho già potuto incontrare molti di voi, ricevendo da tutti un’accoglienza così carica di affetto e stima da andare ben al di là di ogni mia più rosea aspettativa. Posso solo dirvi GRAZIE, con tutto il cuore! Ho visitato comunità parrocchiali e associazioni, ho incontrato molte persone, ho partecipato ad alcuni eventi, ho vissuto con voi la mia prima solennità di San Matteo: sempre ho ricevuto, da tutti questi avvenimenti, un conforto per la mia fede e un sostegno al mio nuovo cammino di Pastore con voi e per voi. In questa mia prima breve lettera natalizia intendo semplicemente richiamare a voi – e prima ancora a me stesso – i motivi profondi della gioia che contraddistingue questo tempo di festa. Una gioia che, nella Liturgia del tempo di Avvento, abbiamo sentito preannunciata in alcuni testi del profeta Isaia: Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte». (Is 25, 8-10; S. Messa del 4 dicembre). Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del  Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi». (Is 35, 1-4; S. Messa del 9 dicembre). «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata […]». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». (Is 40,1-2.3-5; S. Messa del 10 dicembre). Io sono il Signore, tuo Dio, che ti tengo per la destra e ti dico: «Non temere, io ti vengo in aiuto». Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva d’Israele; io vengo in tuo aiuto – oracolo del Signore –, tuo redentore è il Santo d’Israele. […] Io, il Signore, risponderò loro, io, Dio d’Israele, non li abbandonerò. Farò scaturire fiumi su brulle colline, fontane in mezzo alle valli; cambierò il deserto in un lago d’acqua, la terra arida in zona di sorgenti. Nel deserto pianterò cedri, acacie, mirti e ulivi; nella steppa porrò cipressi, olmi e abeti; perché vedano e sappiano, considerino e comprendano a un tempo che questo ha fatto la mano del Signore, lo ha creato il Santo d’Israele. (Is 41, 13-14.17-20; S. Messa del 12 dicembre). Per arrivare, infine, al grido di giubilo che risuona nella Prima Lettura della S. Messa, la Notte di Natale. Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda. […] Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre. Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti. (Is 9, 1-2.5-6). Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Questo è il motivo profondo della nostra gioia: Dio si è coinvolto con noi, ha condiviso il nostro cammino umano, si è reso visibile e “conoscibile” umanamente nel Suo Figlio, l’uomo Cristo Gesù, «nato da donna – come dice San Paolo – nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5). Anche in questo nostro tempo, che spesso appare essere un deserto di umanità, in cui sembrano crescere solo le sterpaglie dell’indifferenza, del risentimento e della paura – «frutto del progetto di società che vogliono costruirsi senza Dio» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 86) – l’annuncio profetico ci invita a ridestare la speranza e a rincuorare il popolo, perché proprio anche in questo deserto possa rivelarsi “la gloria del Signore”, aprendosi ai suoi doni e alla sua salvezza.Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Papa Francesco, durante l’Udienza generale del mercoledì, in preparazione al Natale dello scorso anno (19 dicembre 2018), ebbe a dire: Natale inaugura un’epoca nuova, dove la vita non si programma, ma si dona; dove non si vive più per sé, in base ai propri gusti, ma per Dio; e con Dio, perché da Natale Dio è il Dio-con-noi, che vive con noi, che cammina con noi. Vivere il Natale è lasciarsi scuotere dalla sua sorprendente novità. Il Natale di Gesù non offre rassicuranti tepori da caminetto, ma il brivido divino che scuote la storia. Natale è la rivincita dell’umiltà sull’arroganza, della semplicità sull’abbondanza, del silenzio sul baccano, della preghiera sul “mio tempo”, di Dio sul mio io. Fare Natale è fare come Gesù, venuto per noi bisognosi, e scendere verso chi ha bisogno di noi. È fare come Maria: fidarsi, docili a Dio, anche senza capire cosa Egli farà. Fare Natale è fare come Giuseppe: alzarsi per realizzare ciò che Dio vuole, anche se non è secondo i nostri piani. San Giuseppe è sorprendente: nel Vangelo non parla mai: non c’è una parola, di Giuseppe, nel Vangelo; e il Signore gli parla nel silenzio, gli parla proprio nel sonno.Natale è preferire la voce silenziosa di Dio ai frastuoni del consumismo. Se sapremo stare in silenzio davanti al presepe, Natale sarà anche per noi una sorpresa, non una cosa già vista. Stare in silenzio davanti al presepe: questo è l’invito, per Natale. Prenditi un po’ di tempo, vai davanti al presepe e stai in silenzio. E sentirai, vedrai la sorpresa. Purtroppo, però, si può sbagliare festa, e preferire alle novità del Cielo le solite cose della terra. Se Natale rimane solo una bella festa tradizionale, dove al centro ci siamo noi e non Lui, sarà un’occasione persa.Per favore, non mondanizziamo il Natale! Non mettiamo da parte il Festeggiato, come allora, quando “venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11). Vi invito perciò, carissimi, ad accogliere e a festeggiare davvero il Festeggiato, così da riscoprire nuovamente, con commozione e gratitudine, le ragioni autentiche della nostra gioia e a comunicarle – con la nostra vita – ai parenti, agli amici, a tutte le persone che avremo modo di incontrare in questi giorni di festa. Ci potrà aiutare, in questo, anche la bella tradizione dell’allestimento del presepe, al cui significato e valore il Santo Padre ha voluto dedicare una Lettera (Admirabile signum), pubblicata domenica 1 dicembre e che vi suggerisco come testo di riflessione in preparazione al Natale.Introducendola ai Frati di Greggio (Rieti), egli ha detto: «In questo segno, semplice e mirabile, del presepe, che la pietà popolare ha accolto e trasmesso di generazione in generazione, viene manifestato il grande mistero della nostra fede: Dio ci ama a tal punto da condividere la nostra umanità e la nostra vita. Non ci lascia mai soli; ci accompagna con la sua presenza nascosta, ma non invisibile. In ogni circostanza, nella gioia come nel dolore, Egli è l’Emmanuele, Dio con noi».E, al termine della stessa Lettera, egli scrive: «Cari fratelli e sorelle, il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. E a sentire che in questo sta la felicità». Cari amici, concludendo questi miei brevi pensieri – che ho inteso condividere con ciascuno di voi –  vi auguro di tutto cuore, insieme ai vostri cari, un sereno Natale vissuto nella gioia e nella fraternità, assicurandovi il ricordo nella mia preghiera e, in special modo, affidando le famiglie, gli anziani, gli ammalati, i “lontani da casa” e tutti i più poveri alla tenerezza misericordiosa del Signore che viene oggi, perché è già venuto!

Un abbraccio,

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