Giovane ucciso a colpi di casco: Appello conferma 18 anni di pena

Sentenza confermata per Francesco Paolo Ferraro con l'accusa di omidicio preterintenzionale. A morire fu il 21enne Dario Ferrara. Tra i due un debito irrisorio di 100 euro per l'acquisto di droga, poi i colpi. Il giovane morì dopo 3 giorni di coma

Dario Ferrara

La Corte d’Appello di Salerno ha confermato la condanna in primo grado a 18 anni per Francesco Paolo Ferraro, il 26enne accusato dell’omicidio del giovane Dario Ferrara, di 21 anni. La sentenza è stata emessa giorni fa dal collegio, al termine dell’unica udienza celebrata dalle parti: per Ferraro, il legale Vincenzo Calabrese. Per la famiglia della vittima, l’avvocato Michele Alfano. Il tribunale ha in sostanza confermato che fu Ferraro a uccidere il giovane Dario, colpendolo per due volte alla testa con un casco, al termine di un litigio e con un pregresso maturato nel tempo. Resta l’accusa di omicidio preterintenzionale, così come deciso in primo grado. In sostanza, come spiegarono i giudici nella sentenza di un anno fa, «Francesco Paolo non voleva uccidere Dario, ma regolare i conti. Aveva interesse a spaventarlo per costringerlo a pagare e non a sopprimerlo». Tra i due vi era un debito di un centinaio di euro, legato all’acquisto di qualche grammo di droga. Era il 25 aprile 2015, quando i due si incontrarono nel parco giochi di Villanova. Giorni prima avevano avuto uno scontro fisico, con Ferraro che avrebbe colpito Dario con una testata per poi reclamare 100 euro "di fumo" che gli aveva venduto il giorno precedente.

Quando si rividero al parco, il 26enne avrebbe colpito Dario due volte con un casco. Soccorso da un amico, fu trasferito in ospedale dove morirà dopo tre giorni di coma, il 28 aprile. I giudici descrissero l’azione come «fulminea» e con lo stesso Ferraro a soccorrere Dario, che si svestì di una camicia per posizionarla sotto la testa del 21enne. Un’aggressione alla quale nessun testimone aveva assistito. Nel processo di primo grado, Ferraro disse che fu Dario a colpirlo per primo, poi la reazione, fino alla caduta a terra di entrambi. Inoltre, negò l’uso del casco, che consegnò il giorno stesso alla polizia. Ma secondo due perizie, le ferite della vittima non erano «spiegabili con una caduta, perché l’impatto con il suolo non avrebbe mai potuto essere stato così violento da far rimbalzare il capo a terra due volte e con una forza pressoché simile, tanto da provocare una seconda ferita identica alla prima». La difesa aveva sottolineato che gli elementi a carico di Ferraro erano carenti da più parti, oltre che assunti «in via pregiudiziale» e frutto di «circostanze ambigue e di natura ipotetica». Tra tutte, quella che nessuno aveva assistito al litigio-scontro tra i due. Gli stessi testimoni sentiti in primo grado erano apparsi contraddittori, poco chiari e - in un caso - anche intimiditi. Per i giudici invece - in attesa di leggere la sentenza d’Appello - Ferraro non comprese che l’uso del casco avrebbe potuto avere conseguenze peggiori, oltre che pericolose. Seppur avesse risentimento verso l’amico - concluse il tribunale - non avrebbe potuto maturare un proposito omicida in pochi giorni.       

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