Domenica, 19 Settembre 2021
Cronaca Pagani

Frode nel commercio di carburante, indagine chiusa: indagate 59 persone

Sullo sfondo l’attività di due distinte associazioni criminali, radicate nell’Agro nocerino, “specializzate” nella commercializzazione di carburante adulterato, importato da diversi Paesi esteri eludendo il pagamento delle imposte

Frode nel commercio di carburante, chiusa l'indagine per 59 persone da parte della Procura di Nocera Inferiore. Sullo sfondo, c'è il lavoro del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Salerno, coordinato dal Sostituto Procuratore Roberto Lenza, che ricostruì l’attività di due distinte associazioni criminali, radicate nell’Agro nocerino-sarnese, “specializzate” nella commercializzazione di carburante adulterato, importato da diversi Paesi esteri eludendo il pagamento delle imposte. 

Le accuse

Già a partire dal 2018, gli approfondimenti della Guardia di Finanza avevano consentito il sequestro di 13 autocisterne con oltre 500 mila litri di prodotto petrolifero di contrabbando e l’arresto in flagranza di 4 persone. Il lavoro d'indagine aveva condotto agli arresti domiciliari 4 promotori ed organizzatori di una delle due associazioni, ma anche emesso, nei confronti di 32 società riconducibili alle organizzazioni, misure cautelari reali per oltre 128 milioni di euro, pari all’ammontare delle imposte evase (Iva, accise, Ires e Irpef). Gli accertamenti partirono verso la fine del 2017, a seguito di alcune anomalie emerse in merito ad un traffico di carburante proveniente dall’Est Europa, venduto in Italia sfruttando un meccanismo fraudolento che portava ad evitare il pagamento delle imposte dovute. Secondo le accuse, gli indagati, nell’arco di soli due anni (tra il 2018 ed il 2019), avrebbero “importato” illegalmente da fornitori ungheresi, croati e sloveni oltre 20 milioni di litri di “olio anticorrosivo e preparazioni lubrificanti”, prodotti per natura non soggetti alle accise e, in linea con la normativa comunitaria, nemmeno al monitoraggio del loro trasporto.  Sul piano cartolare, il percorso seguito era invece molto più tortuoso ed articolato. Dopo essere state sottoposte, in una base logistica in Slovenia, ad un processo di adulterazione che le rendeva idonee alla carburazione, le partite di merce venivano caricate su autocisterne dirette in Italia, scortate da documentazione fiscale del tutto falsa, che gli autisti distruggevano non appena varcata la frontiera, sostituendola con quella di accompagnamento specificamente prevista per coprire il restante tragitto nel territorio nazionale (attestando il trasporto di gasolio per autotrazione ad imposta assolta). Cautela adottata per superare gli eventuali controlli su strada della Guardia di Finanza. 

Il viaggio della merce

I carichi irregolari proseguivano verso un deposito petrolifero dell’hinterland milanese, hub di distribuzione attraverso il quale le partite di carburante venivano immesse tranquillamente in consumo, presso distributori all’ingrosso e tramite la rete delle cosiddette “pompe bianche”, gestite da membri delle associazioni o comunque da società clienti. Per tali attività legali - che, solo di accise, hanno determinato complessivamente un’evasione fiscale di oltre 11 milioni di euro - le associazioni si avvalevano anche di società “di comodo” - imprese prive di qualsiasi consistenza economica, struttura operativa o personale dipendente - il cui compito era solo quello di farsi carico dell’Iva derivante dalle vendite, senza poi adempiere ai conseguenti obblighi di versamento. Una perdita per il fisco quantificata in quasi 99 milioni di euro. Ed infatti, le “cartiere”, apparentemente attive in sedi dislocate in tutto il territorio nazionale ed intestate a soggetti prestanome, erano inserite in un più complesso meccanismo di frode “carosello”, finalizzato all’emissione di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti, che garantiva la creazione di “schermi” tra i punti di approvvigionamento del prodotto petrolifero ed i reali utilizzatori, i quali, “risparmiando” sul pagamento dell’Imposta sul Valore Aggiunto, potevano poi praticare un prezzo di rivendita più competitivo. 

Il "sistema"

Per avere un’idea di quanto sia stato lucroso il meccanismo messo in piedi, basta considerare che, per ogni litro di gasolio venduto ad un prezzo medio “alla pompa” di 1,50 euro, gli indagati ottenevano un indebito “risparmio” di circa 27 centesimi di Iva e 60 di accise, per un totale di quasi 90 centesimi al litro di imposta evasa. Nel tempo, gli éscamotage erano stati anche adeguati ai mutamenti normativi nella disciplina sugli acquisti di carburante. Ne è una prova l’accorgimento adoperato per eludere la responsabilità “in solido” nell’assolvimento dell’Iva, introdotta nel 2018 a carico dei depositi fiscali. In quell’occasione, gli associati iniziarono a far uso di “lettere d’intento” false, dichiarando fittiziamente il possesso della qualifica di “esportatori abituali” per continuare ad acquistare gasolio senza il pagamento dell’imposta. Nel corso dell’inchiesta, le indagini patrimoniali e l’analisi delle segnalazioni per operazioni sospette pervenute dagli istituti bancari avevano consentito di monitorare i rilevanti profitti conseguiti dai sodalizi, sistematicamente trasferiti alle proprie società estere (vere e proprie “casseforti”) per impedirne la tracciabilità, ovvero reimpiegati nel territorio nazionale per l’acquisizione di quote societarie, impianti di stoccaggio e di distribuzione di prodotti energetici. In un biennio, furono effettuati investimenti in depositi per oltre 3 milioni di euro. Si trattava di manovre finanziarie importanti, che hanno contribuito alla realizzazione di un’economia illecita “circolare”, mediante la quale i confini commerciali del network criminale si sono estesi fino al Potentino, all’Abruzzo e alla Lombardia, accumulando ricchezze che gli associati non mancavano di ostentare. Ne sono un esempio le auto di lusso, del tipo Lamborghini e Porsche, intestate a proprie società estere, sfoggiate in occasione delle inaugurazioni dei distributori di carburante via via acquistati. Peraltro, cinque degli indagati, reimpiegando i proventi delle attività illecite all’estero e risultando a tutti gli effetti privi di qualsiasi fonte reddituale, presentarono anche la domanda per il reddito di cittadinanza. Ora, tutti e 59, rischiano di finire sotto processo

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