Uccise due prostitute, il killer rivela: "Ne ho ammazzata un'altra a Salerno"

Lo avrebbe confidato Nobile Izzo al suo compagno di cella. A comunicarlo è stato il presidente della Corte d’Assise d’Appello

Colpisco di scena nell’inchiesta sugli omicidi di Santina Rizzo e Maria Ambra. Le prostitute uccise, infatti, sarebbero tre. Lo avrebbe confidato – riporta Il Mattino -  Nobile Izzo al suo compagno di cella. A comunicarlo è stato il presidente della Corte d’Assise d’Appello quando, ieri mattina, bisognava procedere alla nomina del collegio di periti che devono valutare se Izzo, al momento dei fatti, fosse capace di intendere e di volere, così come richiesto dall’avvocato difensore Andrea Vagito.

Il serial killer, condannato all’ergastolo, è rinchiuso nel carcere di Bellizzi Irpino. All’uomo con cui divide la cella il 52enne tappezziere nocerino, nel raccontargli i dettagli dei brutali omicidi delle due donne, avrebbe anche confessato di aver ucciso o tentato di uccidere una terza prostituta nella zona industriale di Salerno. "La vicenda - ha detto Vagito - è complessa ed è necessario approfondirla". La Procura di Nocera, comunque, ha aperto un fascicolo d’inchiesta. Intanto ieri è stato affidato l’incarico a tre specialisti che entro 60 giorni consegneranno i risultati delle loro analisi che valuteranno nuovamente in termini psichiatrici il profilo del tappezziere di Nocera Inferiore.

Nel caso venga accertata l’incapacità di intendere, per l’imputato sarebbe certa una sentenza di assoluzione. Secondo la pronuncia di primo grado con condanna all’ergastolo invece, firmata dal gup Luigi Levita, il 52enne «era ben consapevole di quello che stava facendo, infierendo con crudeltà sulle vittime». Sullo sfondo ci sono gli omicidi brutali di Santina Rizzo e Maria Ambra, la prima uccisa il 13 febbraio 2010 e la seconda il 30 maggio 2014. Entrambe morirono nei luoghi dove si prostituivano, a Nocera Superiore: Santina Rizzo in un piccolo appartamento e Maria Ambra in una baracca nascosta dalla vegetazione. Anche in primo grado il giudice aveva dato incarico ad uno specialista per svolgere una perizia psicodiagnostica, al fine di valutare la capacità mentale dell’imputato. La perizia riferì che l'uomo fosse capace durante quei fatti, spingendo il giudice in seguito ad emettere sentenza di ergastolo.

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