Piazze di spaccio gestite da baby pusher: arrivano le prime condanne

Il gup Luigi Levita ha emesso nove sentenze di condanna, tra riti abbreviati e patteggiamenti, per alcuni dei giovani coinvolti nell'indagine dello scorso gennaio, concentrata a Pagani e in altri comuni limitrofi interessati da fenomeni di spaccio

Piazze di spaccio gestite da baby pusher: si è chiuso in primo grado il processo per 9 persone. Ventisei gli anni di carcere totali, tra riti abbreviati e patteggiamenti, che il gup Luigi Levita ha distribuito al termine dell’udienza preliminare. Le condanne: 5 anni e 10 mesi per il 25enne Fabio Quattroventi; 5 anni e 7 mesi per il 22enne Antonio Califano; 2 anni per la 20enne Fiamma Sabato (liberata); 5 anni e 8 mesi per il 22enne Graziano Petrone; 2 anni per Andrea Pepe, 23enne; 1 anno per Giuseppina Di Lieto, ventenne; 1 anno e 4 mesi per Michele Giorgio, 36enne, Antonio Tortora, 35enne e Mario Del Rovere, quarantenne. Tra gli avvocati difensori Bonaventura Carrara, Vincenzo, Luigi Calabrese e Carmen Esposito. L’indagine coordinata dal sostituto procuratore Roberto Lenza ebbe la sua svolta a gennaio scorso, con un maxi blitz che coinvolse 14 persone. Epicentro il comune di Pagani, con diversi pusher che rifornivano di cocaina ragazzi e professionisti anche di comuni vicini, tra Angri, Sant’Egidio del Monte Albino e Corbara. A caratterizzare i profili di chi fu attenzionato dalla procura l’età, molto giovane: agivano come cani sciolti ed erano pronti a ritagliarsi un ruolo nella gestione delle piazze di spaccio nell’Agro nocerino.

A dare uno slancio all’attività d’indagine furono le confessioni di decine di assuntori, che con le loro testimonianze favorirono l’identificazione di molti degli indagati. Diversi i metodi utilizzati dai giovani pusher per sfuggire agli appostamenti e ai controlli dei carabinieri: non solo il classico linguaggio criptato per mascherare accordi e cessioni di droga. Vi era anche di più: spesso alla vista di una pattuglia il pusher di turno ingurgitava il "pallino" da spacciare, al fine di evitare l’arresto. Gli acquisti e le cessioni venivano concordati dietro appuntamenti telefonici o per strada, di notte, tra bar e androni di palazzo. E chi non pagava rischiava anche minacce di morte. L’attività maggiore fu registrata a Pagani, presso le palazzine del "Bronx", riferimento per molti acquirenti. A favorire le attività criminali l’assenza di gruppi predominanti, che in speciali modo a Pagani per anni avevano gestito le piazze di spaccio. I luoghi di rifornimento erano i comuni nel napoletano, come Boscoreale e Torre Annunziata. Il resto degli indagati affronterà il rito ordinario

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