Mercoledì, 19 Maggio 2021
Cronaca

La Procura vuole confiscare la casa ad Antonio Petrosino D'Auria

Nella requisitoria, l'accusa sostiene che nè lui nè la moglie avrebbero avuto disponibilità economiche tali per comprare e ristrutturare l'immobile in via Amendola. Chiesta anche la sorveglianza speciale. La Cassazione aveva già annullato una prima sentenza

La Procura generale di Salerno ha chiesto 3 anni di sorveglianza speciale per Antonio Petrosino D’Auria e la confisca della sua casa in via Amendola, a Pagani, dove vive la moglie Rita Fezza. E’ l’ultimo passaggio, prima della pronuncia del tribunale prevista per giugno, sull’indagine patrimoniale svolta dalla sezione Anticrimine sul presunto "boss", detenuto da qualche anno al regime di 41 bis e indagato in due procedimenti dell’Antimafia perché ritenuto a capo di un sodalizio di camorra. Nella sua requisitoria, la Procura ha chiesto la confisca dell’immobile nella quale vivono i coniugi: entrambi, stando ad indagini passate ma anche recenti, non avrebbero non solo potuto acquistarla, ma neanche ristrutturarla. La cifra che compone il costo totale dell’operazione si aggira sui 240mila euro. La difesa, rappresentata dai legali Matteo Feccia e Giuseppe Della Monica, ha tuttavia prodotto due atti preliminari di vendita. Due dei piani dell’immobile, tra l’altro, furono venduti ad altre persone. Su queste ultime però, la procura non ha cambiato ragionamento, sostenendo che neanche i compratori avrebbero avuto disponibilità economiche sufficienti. Stando ad un’ultima verifica che risale a maggio, le chiavi dei locali venduti sarebbero state ancora in mano a Rita Fezza, figlia del boss Tommaso e moglie di Antonio Petrosino D’Auria.

La casa è ubicata nel cuore del quartiere "Lamia", considerata la «roccaforte» del clan, dove risiedono le famiglie Fezza, De Vivo e Petrosino D’Auria. Diverso il discorso per la sorveglianza speciale, giustificato secondo la pubblica accusa, dalla «pericolosità sociale» di Antonio Petrosino. Assolto nel processo Linea d’Ombra, è atteso dalla sentenza nel processo Taurania Revenge, che lo vede a capo di un clan impegnato a rifornirsi di droga da gruppi del napoletano. E’ anche sotto processo nell’inchiesta "Criniera", dove avrebbe sfruttato conoscenze con i Casalesi per imporsi nel servizio di trasporti nel settore dell’ortofrutta. Nel procedimento è indagata anche la moglie, Rita Fezza, perché dipendente di una società collegata alla gestione del marito. A supporto della sua tesi, la Procura aveva ripercorso vecchi procedimenti penali e le attività del padre di Antonio, Gioacchino, concludendo che per la misura di sorveglianza non vi sia bisogno di condanne definitive, vista la «pericolosità attratta del soggetto». La Cassazione aveva tuttavia annullato le richieste della procura, giudicando prive di riscontri le accuse e chiedendo alla Corte d’Appello una nuova valutazione dei fatti. Le accuse nei confronti di D'Auria non avrebbero mai trovato riscontro, così come il suo coinvolgimento in alcuni episodi, come il tentato omicidio ai danni del padre. Con gli ermellini a specificare che l'episodio, da solo non basta a motivare un suo coinvolgimento in attività criminali. A fine mese toccherà agli avvocati difensori fare la propria arringa, prima della decisione del tribunale prevista per inizio giugno.  

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