Il "sistema" dello spaccio a Pagani passa al vaglio del Riesame

Il tribunale del Riesame di Salerno ha confermato l’intero impianto accusatorio della Dda, rigettando i ricorsi presentati dagli avvocati difensori

Passa anche il vaglio del Riesame l’inchiesta sul «sistema» di spaccio nel quartiere Lamia a Pagani, cuore operativo dei boss, diventato da anni terreno florido per un’associazione criminale finalizzata al traffico di stupefacenti. Il tribunale del Riesame di Salerno ha confermato l’intero impianto accusatorio della Dda, rigettando i ricorsi presentati dagli avvocati difensori.

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Il "sistema"

Le misure cautelari scattate alla fine di ottobre, con il riconoscimento del vincolo associativo, furono firmate dal gip del tribunale di Salerno, Alfonso Scermino. L’indagine era condotta dal sostituto Vincenzo Senatore e dal procuratore vicario Luca Masini. In un anno di registrazioni video, intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti e riscontri sul campo, la Dda aveva certificato come il quadrilatero del centro storico di Pagani fosse diventato la più grande piazza di spaccio della provincia di Salerno. Erano Di Maio e Pepe a gestire il "sistema", a controllare le piazze di spaccio, a dare ordini ai pusher, ad accorrere durante i controlli dei carabinieri, a piazzare le vedette, preparare le dosi, riscuotere soldi e anche assoldare nuovi affiliati. Secondo un calcolo fatto dai carabinieri della tenenza di Pagani, avvalorato anche dal gip, quella piazza fruttava 10mila euro a settimana, 40mila euro al mese e 500mila euro l’anno. Lo spaccio riguardava cocaina, crack e marijuana e partiva dalle 16 del pomeriggio, per poi proseguire fino alle 5 del mattino. L’assuntore in questione consegnava il denaro, poi attendeva che gli venisse portata la dose. La droga veniva nascosta negli anfratti dei cortili e altrove, sfruttando il complesso urbanistico di via Matteotti, con vicoli e stradine. Il gruppo riuscì anche a distruggere una delle telecamere installate dai carabinieri per verificare cosa accadesse nel quartiere. Attraverso le varie perquisizioni, i carabinieri sequestrarono cifre in denaro dai 4 ai 6000 euro. Un contributo alle indagini fu fornito anche da qualche assuntore, ma la pena per chi parlava con i carabinieri era severa, come pure accerteranno i carabinieri durante l’ascolto delle singole intercettazioni. 

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