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Pagani, niente permesso premio per l'ex boss Sandro Contaldo

Nonostante la sua scelta di collaborare in passato con la giustizia, l'ex boss "delle palazzine" non potrà uscire dal carcere fino a quando non sarà processualmente riscontrata l'efficacia delle sue dichiarazioni da "collaboratore"

Niente permesso premio per il boss pentito Sandro Contaldo. Nonostante la sua scelta di collaborare in passato con la giustizia, l'ex boss "delle palazzine" non potrà uscire dal carcere fino a quando non sarà processualmente riscontrata l'efficacia delle sue dichiarazioni da "collaboratore" in termini di accertamento della verità. Dunque resta dietro le sbarre, fino alla scadenza naturale della pena, prevista per il 30 ottobre 2021. A deciderlo è stata la Cassazione, che ha rigettato il ricorso sul diniego al permesso pronunciato dal Tribunale di Sorveglianza di Roma nel 2016: li i giudici dissero che Contaldo aveva riferito di fatti nuovi e diversi dagli oggetti delle sue precedenti condanne, aggiungendo che "non sussisteva allo stato una condotta collaborativa vera e propria, contribuito determinante alla ricostruzione di fatti e responsabilità". La DNA (Direzione Nazionale Antimafia) disse in merito che la sua condizione mostrava "disponibilità alla collaborazione, in fase di sperimentazione dibattimentale, da verificare nei contenuti e nell'attendibilità e veridicità". 

Le ragioni della Cassazione

La Cassazione nel suo rigetto ha spiegato che i benefici, anche in condizioni di condanne per reagi gravi e per collaborazione su fatti diversi, "purchè risulti già emessa almeno la sentenza di primo grado sui delitti della collaborazione che confermi i requisiti della intrinseca attendibilità completezza o notevole importanza per le indagini o ai fini del giudizio". Dopo le testimonianze rese il 29 settembre 2015 davanti alla Corte d'Appello di Salerno e il 9 giugno 2015 al Tribunale di Nocera Inferiore, nei processi "Linea d'ombra" bis e "Taurania Revenge", le informazioni rese nei due procedimenti "risultarono allo stato insufficienti". Lo stesso - dice la Cassazione - vale per "le informazioni assunte nei due verbali dichiarativi versati in atti"

"Nessuna autorià giudiziaria ha allo stato valutato la validità delle dichiarazioni sotto il profilo dell'attendibilità intrinseca e dell'effettiva incidenza sul quadro probatorio. Solo attraverso una lettura complessiva degli atti, allo stato non disponibili, si potrà procedere alla quantificazione e qualificazione dell'apporto collaborativo prestato". L'ex boss del clan omonimo resta dunque ancora sotto esame, quindi non in grado di poter beneficiare di alcun permesso premio. Un'altra delle sue testimonianze fu registrate in passato nel processo che verte sul tentato omicidio di Nicola Fiore, alias "Pallino", dove fornì elementi riguardo la responsabilità di Antonio Petrosino D'Auria - che la Dda ritiene a capo del clan omonimo a Pagani - che fu suo antagonista per un periodo.

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