Venerdì, 30 Luglio 2021
Cronaca

Pagani, clan Fezza - D'Auria Petrosino: Antimafia chiede 222 anni di carcere

Si chiude la fase dibattimentale del processo "Taurania Revenge". Ieri mattina, requisitoria del pubblico ministero della Dda, Vincenzo Montemurro. La procura contesta l'esistenza di un clan a Pagani impegnato a gestire droga nell'Agro Nocerino

Clan Fezza - D’Auria Petrosino: la Dda chiede 222 anni di carcere. Si è chiuso ieri il dibattimento del processo «Taurania Revenge», con la requisitoria di oltre un’ora del pubblico ministero, Vincenzo Montemurro. Ventuno gli imputati, coinvolti in quella che l’Antimafia inquadra come un’organizzazione criminale impegnata nel gestione dello spaccio di droga, sotto la supervisione dei vertici delle famiglie Fezza e Petrosino D’Auria. La richiesta di condanna più alta (23 anni) è per Antonio Petrosino D’Auria, figlio del boss Gioacchino e il cui ruolo seppur «defilato in apparenza, resta preminente» all’interno del "clan", e Francesco Fezza (21 anni), figlio del boss carcerato Tommaso, che avrebbe gestito «la manovalanza sul campo». Vent’anni l’uno chiesti invece per Salvatore Pepe e Carmine Barone (a capo di un gruppo satellite, impegnato a spacciare la droga in “appalto”); 6 anni per il pentito Alfonso Greco; 16 anni per Vincenzo Confessore e Andrea De Vivo; 14 anni per Gennaro Napolano; 6 anni per Domenico Abagnara, Francesco Desiderio e Carmela Santina Esposito; 4 anni per Enrico Paone, Pasquale Rondino, Gerardo Pepe e Domenico Sele; 12 per Michele Pisciotta e Mirko Villani; 6 per Gaetano Perrotta e Omar Rguibi e 12 anni per Mario D’Elia. «Con queste indagini - ha spiegato il pm Montemurro - abbiamo espugnato quella roccaforte che era il quartiere Lamia». Nella sua esposizione, il magistrato è ritornato indietro negli anni (dal 2006 al 2009), ricordando che «a Pagani c’era un clan», evoluto nella sua dinamicità criminale rispetto al primo blitz «Taurania» (dove a reggere le redini c’era Luigi Fezza (figliastro del boss).

La nuova organizzazione ha come suo referente Antonio Petrosino D’Auria, da qualche anno al 41 bis e il cui profilo è quello di un soggetto capace di «imporsi e comandare, spingendosi anche a trattare le questioni legali di alcuni suoi sodali» Capace di evitare qualunque attività di intercettazione a suo carico, restando defilato ma allo stesso tempo abile a gestire quel gruppo criminale insieme al cognato Francesco Fezza. Il suo clan viene inserito tra i rifornitori di gruppi come i “Birra” di Ercolano, la cui attività oltrepassava i confini nazionali, oltre che dai Greco di Sant’Egidio del Monte Albino. «Ci troviamo in un contesto di criminalità organizzata - ha spiegato il pm - dove l’organizzazione, stando a chi l’aveva vissuta dal suo interno (i collaboratori Domenico Califano, ex autista di Vincenzo Confessore, e Gerardo Baselice), aveva una forte disponibilità di armi e soldi. E il cui scopo era imporre il proprio dominio, un senso di omertà nelle persone e punizioni a chi osava contrastarli». A riguardo, il pm ha ricordato il brutale duplice omicidio Aziz-Cascetta, chiuso in Cassazione senza colpevoli. Proprio le dichiarazioni dei due pentiti hanno contribuito a ricostruire l’architrave del clan, con la droga e le estorsioni quali attività principali già emerse con la precedente indagine. Il blitz del maggio 2014 coinvolse 37 persone, molte delle quali già giudicate attraverso riti abbreviati. La gestione della piazza di spaccio affidata al “gruppo Pepe” aveva la sua base nel quartiere Barbazzano, a Pagani. Lo smercio della droga, tuttavia, aveva ramificazioni anche nel comune di Cava de’ Tirreni e in quello di Nocera Inferiore. Il prossimo 20 marzo toccherà agli avvocati con le arringhe difensive, prima della pronuncia della sentenza del collegio Donnarumma.    

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