"Tonino", un viaggio dentro noi stessi per salvare il futuro

La recensione di SalernoToday sul cortometraggio dedicato al sindacalista Antonio Esposito Ferraioli

"Mi hanno sparato, questo me lo ricordo". Ci parla "Tonino", si racconta e si presenta, mentre un lampione illumina il suo corpo, violato da due killer sconosciuti che fuggono, inghiottiti dalla notte complice di una Pagani di fine anni 70. Con questa suggestiva scena prende forma l'efficace e toccante cortometraggio dedicato alla memoria di Antonio Esposito Ferraioli, il cuoco ucciso dalla camorra il 30 agosto del 1978. Una vita fa. Ed una vita ci è voluta affinchè lo Stato gli riconoscesse lo "status" di vittima di camorra. Ma "a che serve?", si ripete la sorella al telefono, nel momento di maggiore intensità del corto. A che serve se i criminali sono ancora li fuori, se la camorra inghiotte ancora le nostre terre, se l'omertà vince sempre. Si, "stai meglio, è un momento, ma poi passa". Eppure, è quello status di "vittima" che serve. Serve a tenere viva la memoria, a farci commuovere quando Tonino - rappresentato dal dolce viso di Andrea Contaldo - sorride guardando la camera nell'ultimo frame del film. Serve a non perdere il passato, a non dimenticare cosa è stato, a preservare il futuro. Un sorriso che ricorda che lui, si, è ancora vivo. Come le sue battaglie, i suoi rifiuti, che pure gli sono costati cari, raccontanti attraverso un breve ma intenso viaggio nel futuro. Una resurrezione simbolica nell'indifferenza di una città che sembra andare avanti, tra una partita a carte e una a biliardo, con "quelli che stanno ancora qua come niente fosse".

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Il viaggio di "Tonino" comincia proprio da dove è finito, con il giovane che ripercorre i luoghi simbolici della sua vita passata e futura - grazie anche ad una pregevole regia e fotografia di Gaetano Del Mauro - a bordo del suo gioiellino. La prima tappa è significativa, quella della più grande fabbrica di elettronica di Pagani, la Fatme. Tonino lavorava come cuoco in mensa. L'ingresso nello stabilmento avvolge i suoi passi in un'atmosfera cupa, pesante, che trova il suo picco massimo nello stato di abbandono e di sporcizia, ben rappresentato dal marciume che il sindacalista scopre nell'aprire un frigorifero. Metafora crudele della sua condanna a morte. Il viaggio ha il sapore della denuncia sociale, con le condizioni dei lavoratori che restano immutate negli anni e di uno Stato freddo, che pure pare non voler riconoscere la matrice criminale dietro l'uccisione di Antonio Esposito Ferraioli. Quel senso di desolazione accompagna lo spettatore fino a casa del giovane, dove il protagonista si reca, sedendosi come un fantasma, per guardare negli occhi la sorella e il fratello. Ma Tonino "non se n'è mai andato, so 40 anni che sta qua". Il tempo si ferma, si muovono solo le fotografie ordinate del fratello Mario, che contempla tracce di vita cancellate con violenza. Poi arriva il tempo di tornare, di ripercorrere quella strada fatta all'inizio. E' tornata anche la notte, alla quale sopravvive la canna di un fucile. Sta guardando Tonino. Lui risponde con un sorriso. "Non se n'è mai andato". 

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