Piccole riflessioni sul caso Silvia Romano

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di SalernoToday

In questi giorni si è sentito parlare molto in merito alla vicenda di Silvia Costanza Romano, forse anche troppo, e i fiumi di parole che si sono susseguiti non hanno fatto altro che alimentare l'ennesimo " scontro " di opinioni, che ancora una volta contribuisce a evidenziare uno spaccato d'Italia, chiaro a stento ai più. Silvia Romano non è altro che l'ennesimo argomento, utilizzato per motivi meramente "politici" da tutti coloro che hanno interessi in questa storia. Da una parte, s'intende un Governo che; con disposizioni degne del miglior totalitarismo, quasi incentiva i cittadini a spiarsi l'un l'altro dai balconi di casa, facendo sentire questi legittimati a controllare se il regime di quarantena e di distanziamento sociale venga rispettato o meno, additando chiunque si muova in strada, da solo per aggiunta, come untore del virus. Salvo poi vedere gli esponenti del Governo stesso, utilizzare la vicenda qui trattata, come vergognosa passerella politica, dove non si riesce a mantenere distanza alcuna fra i vari presenti, per giunta con la stampa che si accalca per accaparrarsi la visuale migliore. D'altro canto invece, si assiste ad una boriosa quanto sciatta prosopopea, portata avanti da una opposizione che, oltre certi argomenti, non riesce ad andare o vedere oltre. Ma chi è Silvia Romano? Perché questa storia è ormai sulla bocca di tutti? Per rispondere meglio a questi interrogativi, è necessario fare una piccola ricostruzione dei fatti, partendo dalla notte tra il 20 ed il 21 Novembre 2018, giorno del rapimento della Romano in Kenya. E' proprio in quella notte che la cooperante della onlus "Africa Milele", Silvia Costanza Romano, viene rapita a Chakama, nel sud est del Kenya, e successivamente portata in Somalia da uomini vicini al gruppo jihadista Al-Shabaab, organizzazione somala affiliata ad Al Qaeda, venendo poi considerata ostaggio politico. Da lì sarebbe iniziata la lunga e travagliata ricostruzione dei fatti da parte degli uomini dell'Aise al fine di recuperare la giovane, operazione avvenuta finalmente lo scorso 9 Maggio, dopo più di un anno di prigionia. Proprio qui, nei mesi successivi al rapimento, Silvia si aggrappa a quanto di più umano e speranzoso potesse esservi in quei giorni di prigionia: la religione. Come lei stessa affermerà in seguito:<< I primi tempi non ho fatto altro che piangere, poi però mi sono fatta coraggio e ho trovato un equilibrio interiore. Piano piano è cresciuta dentro di me una maturazione che mi ha convinto a convertirmi all’Islam. Ci sono arrivata lentamente, più o meno a metà prigionia, ho chiesto un Corano, non è stata una svolta improvvisa>>. Al di là delle considerazioni in merito al Corano, unico libro concessole da leggere, la dichiarazione di Silvia nasconde un significato che va al di là della semplice conversione all'Islam; il messaggio in questione, che dovrebbe porre una seria riflessione in noi, è che il credere o lo sperare affidandosi a ciò che è trascendente, sia insito nell'uomo. Affidarsi ad una "guida superiore" dunque, non solo diventa un modo per ritrovare se stessi ma anche per confidare e riporre le proprie speranze. Non è casuale infatti che le religioni, qualunque esse siano, abbiano ricoperto un ruolo centrale nella storia dell'essere umano, e che tutt'ora lo accompagnino nel corso del suo cammino. Questo perché la religione impone dei valori, spiega ciò che razionalmente non è deducibile, diviene un appiglio ove poter sperare nella migliore sorte per il domani. E la scena di Silvia mentre saluta e parla inquadrata dalle telecamere sorridente e un po' impacciata, destando imbarazzo negli uomini dello Stato, è quasi un mostrare quanto la sua vita prima della conoscenza più approfondita della religione, fosse incompleta. Si è giunti all'antinomia di educare e crescere persone senza valori in cui credere, e ci stupiamo se questi si ritrovino ad accogliere i primi che gli vengano proposti, anche se siano quelli dei propri carcerieri. Se l'occidente ha scelto di non aver nulla da offrire ai propri cittadini in termini di valori, visione della vita, senso della comunità, questo vuoto dovrà essere pur riempito da qualche parte. Ed è così che Silvia, abbraccia una fede per certi versi distante dalla nostra cultura. Tale manchevolezza dunque, viene così colmata da altri. Ma la vicenda Silvia Romano, non è solo quella di una giovane cooperante rapita e convertita autonomamente alla religione dei suoi aguzzini; la storia della Romano, si intreccia anche con uno Stato, reo di aver ceduto ai ricatti da parte dei terroristi. Lo stesso Stato che non liberò Aldo Moro perché scelse la linea dura contro i terroristi delle Brigate Rosse, oggi si " rende colpevole" in questa vicenda che, oltre che all'ottenimento di un elevato ritorno mediatico, potrebbe aver creato un precedente rischioso per tutti coloro che in un futuro prossimo dovessero essere presi in ostaggio da organizzazioni terroristiche, con conseguente richiesta di riscatto. Non si vuole asserire con questo, che non si sia sollevati per il ritorno di una connazionale in patria infaustamente detenuta, anzi, bensì porre l'attenzione a chi potrebbe incorrere un domani nella stessa situazione della Romano. E' doveroso pensare a metodi alternativi al semplice cedere al ricatto dei criminali, specie perché, se è vero che l'Italia avesse corrisposto una cifra in denaro per il riscatto della ragazza, tali soldi verrebbero utilizzati per alimentare le nefandezze del gruppo in questione. Tutto ciò, oltre che negli Stati Uniti d'America, che ricordiamo essere tra le nazioni più presenti sul suolo somalo per la lotta alle organizzazioni terroristiche radicalizzate sul territorio, ha mosso preoccupazione anche da parte dell'alto rappresentante dell'UE per gli affari esteri, Josep Borrell, il quale ha affermato che il pagamento presunto del riscatto da parte delle autorità italiane, rappresenta un problema per l'Europa intera. E' lecito dunque chiedersi; poteva forse essere questa, l'occasione per l'Italia di mostrarsi forte agli occhi di tali organizzazioni criminali, attuando un intervento militare mirato al recupero dell'ostaggio, con l'ausilio e l'approvazione del Governo somalo riconosciuto? Poteva magari essere un modo di riaffermare la presenza italiana nello scacchiere geopolitico internazionale, un tentativo di ristabilire gli interessi nazionali in una regione strategica del Corno d'Africa nonchè nostra ex colonia? Interrogativi che, speriamo, non restino tali. A ogni modo, non possiamo che essere felici per il ritorno in patria da parte di un nostro connazionale che ha sofferto per più di un anno ciò che noi tutti in questi tempi duri di isolamento abbiamo imparato ad apprezzare: la libertà. Bentornata Silvia!

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