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Foto archivio

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Traffico di armi da guerra per i clan, restano in carcere i due scafatesi

L'inchiesta condotta dalla procura Antimafia di Napoli contestava il possesso di 14 pistole, un mitragliatore kalashnikov e dieci scatole di colpi calibro 7.65

Vendita di armi da guerra, restano in carcere i due scafatesi indagati dalla procura di Napoli in un'indagine, ben più ampia, che risale ad aprile scorso. L'inchiesta condotta dalla procura Antimafia di Napoli contestava il possesso di 14 pistole, un mitragliatore kalashnikov e dieci scatole di colpi calibro 7.65.

Le indagini

Secondo le ipotesi dell'accusa, tutto ruotava intorno ad una vendita di armi, con complici e referenti a svolgere ruoli specifici. Nel mese di aprile il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura del carcere firmata dal gip. Le difese dei due avevano presentato ulteriore ricorso, sostenendo l'impossibilità di associare uno dei due ad un cognome in uso, ad esempio, molto diffuso nel comune di Scafati. La Suprema Corte ha invece avvalorato le indagini dell'organo inquirente partenopeo, confermando le misure nel rigettare il ricorso. Le indagini iniziarono nel febbraio 2017, sviluppate in collaborazione con l’Autorità Giudiziaria e le forze di polizia austriache, che portarono ad individuare nel corso del tempo i responsabili di un’associazione dedita al traffico internazionale di armi, tra cui  kalashnikov e mitragliatrici Skorpion. Numerosi gli acquirenti di armi individuati, tra i quali anche appartenenti alla criminalità organizzata campana. Fornitori ed acquirenti, temendo di essere intercettati, avevano ideato un linguaggio in codice per riferirsi ad armi e munizioni che, a seconda del calibro o della tipologia d’arma, venivano accostate a un modello più o meno grande di autovettura, a un genere alimentare o pratica automobilistica. 

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