Politica e camorra a Scafati, Cassazione riconosce il "patto" per tre soggetti del clan

Respinti i ricorsi delle difese, con il riconoscimento della validità di accuse quali estorsione, corruzione elettorale e scambio elettorale politico mafioso. Ma le stesse accuse dovranno essere dimostrate anche in dibattimento, per i politici

«Ricorsi infondati, inammissibili e privi di argomentazioni logiche e giuridiche»: così la Cassazione ha respinto i tre ricorsi presentati dalle difese di tre esponenti del clan Loreto-Ridosso, a Scafati, rendendo definitive le condanne già riconosciute in primo grado e in Appello. A fare ricorso era stata anche la procura di Salerno, che tramite il procuratore generale aveva sollevato questioni ulteriori, richiamando in particolare elementi errati, come sottolineato dai giudici di legittimità, con atti riferiti ad altri procedimenti allegati erroneamente, senza evidenziare contenuti delle dichiarazioni citate, senza richiami precisi, «rimettendo alla corte il compito di ricerca delle prove nel complessivo materiale istruttorio del tutto estraneo al giudizio di legittimità».

Le accuse

Le accuse erano di estorsione, consumate verso alcuni imprenditori, ma anche di corruzione elettorale e scambio elettorale politico mafioso. Ipotesi di reato ritenute fondate già in primo grado, dinanzi al gup, con il giudizio abbreviato e dunque con una valutazione fatta esclusivamente sugli elementi dell'indagine preliminare. Discorso diverso quello del dibattimento, ad oggi in corso a Nocera, dove tra gli imputati ci sono i politici, come l'ex sindaco di Scafati, Pasquale Aliberti.

Le motivazioni

La Corte di secondo grado, spiegano i giudici della Cassazione, «ha dapprima valutato la fonte di prova principale, per poi fare un esame analitico degli elementi di riscontro, sulla base dei quali ritenere che prima di quelle elezioni il Sindaco e la famiglia dei Ridosso, avevano concluso un ben preciso patto sulla base del quale all’appoggio elettorale da parte dei camorristi sarebbe seguita la dazione di appalti e lavori a seguito dell’elezione. I riscontri provengono dalle persone offese, ma anche da soggetti imputati in procedimenti connessi, risultate concordi nel riferire fatti e circostanze analoghe quanto alla conclusione dell’accordo e alle reciproche prestazioni previste».

Le dichiarazioni del "pentito"

In secondo grado, il processo aveva concluso ravvisando credibilità a quanto riferito da Alfonso Loreto, il quale aveva reso «Informazioni qualificate, provenienti da una persona che ha vissuto in prima persona i fatti di cui racconta». Le parole di Alfonso Loreto confermavano così in gran parte, l’assunto processuale contro lui e i suoi coimputati Luigi e Gennaro Ridosso, ritenuti vertice dell’omonimo clan egemone a Scafati. La Corte d’Appello di Salerno aveva sottolineato «le informazioni facenti parte del patrimonio cognitivo del Loreto Alfonso, a confermare la innovativa strategia del clan, sugellando il patto con Gennaro e Luigi Ridosso per dare nuova linfa all’organizzazione, programmandone lo stabile inserimento nel mondo politico e dell’economia, attraverso il metodo dell’accordo». Le condanne per i tre, in Appello, erano state tuttavia ridotte, rispetto al primo grado. La Cassazione ha confermato, dunque, le accuse di estorsione e dell’esistenza di un accordo criminale pianificato tra l’amministrazione, allora guidata da Aliberti, e il clan, con un patto comprovato, in questa fase giudiziaria. Per quelle specifiche accuse resta in corso il dibattimento del processo “Sarastra” al tribunale di Nocera Inferiore, con nuovi elementi da valutare da parte del collegio, con la procura Antimafia che dovrà dimostrare quelle stesse accuse, in relazione al materiale probatorio emerso, fino ad oggi, durante le varie udienze. 

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