Maxi truffa all'Inps, le intercettazioni: "Guarda che arrestano me, non te!"

Alcune intercettazioni dell'inchiesta meglio chiariscono il senso ma anche la paura degli indagati, quando sanno di essere attenzionati dalla magistratura. Eccone alcune: da come funzionavano le truffe alla paura degli indagati di essere coinvolti

«Sono un antiquario...»: cominciava così l’interrogatorio del 9 agosto di un anno fa di O.C. , Ottavio Carusti. l’antiquario, titolare della società Leonardo finito al centro dell'ultima indagine sulle truffe all'Inps. Un lungo racconto ripreso dal gip Gustavo Danise, nell'ordinanza che ha disposto gli arresti domiciliari per sei persone. L’inchiesta “Leonardo” ha svelato l’ennesimo sistema delle truffe Inps e dei rimborsi Iva taroccati. L'inchiesta, lo ricordiamo, ha ricostruito una serie di truffe a danno dell'istituto previdenziale, attraverso la creazione di false ditte e assunzioni di lavoratori, poi licenziati per ottenere dall'ente erogazioni quali disoccupazione o maternità

Come funzionava una truffa

«Durante la mia attività lavorativa venivo avvicinato più volte da persone che chiedevano di essere assunte - disse O.C.  nel suo interrogatorio - E loro stessi mi proponevano assunzioni fittizie per raggiungere i requisiti ed ottenere i benefici previdenziali. Provvedevo al licenziamento, il lavoratore chiedeva la disoccupazione e quanto arrivavano i benefici, questi mi consegnava il 50%». Il commerciante, ritenuto uno dei personaggi apicali del gruppo e finito agli arresti domiciliari, riassunse così il “sistema”. «Devo ammettere che sono stato io stesso a cercare soggetti disposti a intestarsi aziende fittiziamente e altri disposti a farsi assumere, sempre fittiziamente, col patto di dividere le prestazioni previdenziali ». O.C.  fece i nomi e confermò le aziende realmente esistenti con effettiva sede legale e operativa. Lo stesso fece con i commercialisti che avevano gestito le operazioni dal punto di vista contabile: «Per la gestione delle aziende mi sono rivolto ai commercialisti A.B. , D.D. Le ditte erano divise tra i due. Nella gestione di tale attività mi collaborava anche A.S. , che aveva il compito di cercare i soggetti a cui intestare le ditte e al pagamento settimanale del compenso pattuito, all’apertura dei conti presso l’ufficio postale di Scafati e alla ricerca di operai fittizi di assumere». 

Un favore da "8mila euro"

Le dichiarazioni auto-accusatorie sono ora parte dell'indagine dei carabinieri, svolta insieme agli ispettori dell’Inps, che da tempo indagavano sulle anomalie e i contributi legati alle aziende. «In un incontro A.S. mi ha chiesto di tenerlo fuori dalla vicenda giudiziaria - affermò O.C. - In cambio di una dichiarazione favorevole mi ha proposto 8mila euro in contanti». «Alcune volte i dipendenti falsi si rifiutavano di consegnarmi la metà dei benefici versati dall’Inps, come pattuito, e così ho trattenuto a casa mia alcune carte postapay attivate, insieme ai relativi pin per operare bonifici o prelievi. In tal modo, quando arrivavano i soldi prelevavo io stesso allo sportello, i miei figli, A.S. , G.D.D o V.F. Per quanto riguarda le fatture valse - spiegò poi l’indagato - le preparavo io materialmente e le consegnavo ai commercialisti. Il giro inizialmente era interno alle società che gestivo, e documentavano la loro operatività, per compensare i crediti Iva e i contributi previdenziali, per dare parvenza di legalità. Poi le emisi anche verso altre imprese. Clienti della mia attività di antiquario mi chiedevano fatture per operazioni inesistenti per compensare i crediti Iva. Io prendevo un compenso tra il 12 e il 15%, anche se in realtà mi veniva corrisposto un importo reale dell’8. Loro versavano tutto tramite bonifico alla ditta emittente e io prendevo il contante con un prelievo e trattenevo l'8%».

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La paura degli arresti

Alcune intercettazioni dell'inchiesta meglio chiariscono il senso ma anche la paura degli indagati, quando sanno di essere attenzionati dalla magistratura. Così avviene tra O.C. , l'antiquario di Gragnano e il prestanome G.D.D. Quest’ultimo ha infatti paura di essere sostituito per evitare grane peggiori. «Mi sono arrivate le carte, mi hanno mandato a chiamare », dice D.D. , preoccupato perché O.C. non lo risponde. «Vi ho mandato queste carte, se non le leggete io non poso partire, che sto con il pensiero», dice sempre D.D. Fin quando O.C. lo tranquillizza: «Tutti i pensieri li puoi buttare - spiega - perché non hai nessuno problema, che ieri sono stato dove dovevo stare e ho già detto tutto, e ho fatto tutto. Sto aspettando solo che mi vengono a prendere, non so se hai capito che intendo ». A quel punto Di Dato risponde di aver capito, e che la cosa non lo fa piacere. «Io ho lasciato tutti fuori - spiega O.C. - mi sono preso io tutte le responsabilità, non ci sono problemi». La conversazione a quel punto continua. «Ti chiamo io in qualsiasi momento, anche se ti devo aspettare, l’importante è che faccio prima io il servizio.. tu mi fai vedere le carte tue e io ti faccio vedere le carte mie che ho già messo tutto a posto. Puoi partire, le carte sono tutte in regola, sono in regola, io ho già fatto tutte le dichiarazioni, mi devono venire a prendere perché mi hanno detto che con quello che è successo mi devono venire solo a prendere, punto e basta, aspetto solo il coso del giudice». «Allora domani ci vediamo? », replica D.D. «Non mi puoi portare nessuna carta che sia peggio di questa, quindi qualsiasi carta è acqua santa». Ma le indagini continuano e a giugno 2017, la procura è prossima a chiudere il cerchio su molti dei coinvolti.D.D. compreso. «O. (O.C.) se era come dicevate voi, che siete andati in procura a dire che la responsabilità era vostra, a me non mi avrebbero chiamato». «Devono chiamare tutti, hanno chiamato anche il commercialista…ti ho detto che devono arrestare me, non te».

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