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"Senza Traccia": il libro di Manzo e Musella che "tocca" anche Salerno

E' Manzo ad illustrarci in anteprima le pecularietà dell'inchiesta che raccoglie storie legate da un filo invisibile e rigorosamente ambientate in un Sud dove lo Stato ha perso il controllo del territorio

Dar voce a chi non ne ha mai avuta. Intrecciare racconti romanzati con storie realmente vissute, per puntare i riflettori su chi è da sempre ai margini, seppur in punti differenti. Questo il tenace obiettivo di "Senza Traccia", libro scritto a quattro mani dai giornalisti Giuseppe Manzo ed Antonio Musella che verrà presentato il 7 febbraio alla Casa del Giornalista di Napoli, bene confiscato alla malavita, nei quartieri spagnoli che è attualmente gestito dal Coordinamento dei Giornalisti Precari Campani. Il libro che vanta la prefazione di don Andrea Gallo e che sarà acquistabile presso tutte le Feltrinelli, fa luce su spaccati sociali dimenticati, per restituire dignità ai protagonisti. Il contesto territoriale trattato tocca anche Salerno ed in particolare la Piana del Sele ed il Cilento, attraverso Edris che dalle lande del suo Kurdistan, in una fuga continua, si ritrova sulle strade della nostra provincia. Ad illustrarci  in anteprima le pecularietà dell'inchiesta che raccoglie storie legate da un filo invisibile e rigorosamente ambientate in un Sud  invisibile, dove lo Stato ha perso il controllo del territorio, è Manzo, responsabile della comunicazione di Legacoopsociali, nonchè direttore della testata online nelPaese.it e redattore del Giornale Radio Sociale che ha curato il racconto incentrato sulla vita di Edris.

Da cosa nasce Senza Traccia? Qual è stato il suo spunto e quale il suo obiettivo?

Nasce dalla voglia di raccontare le strade e chi le vive: gli invisibili, coloro che, per l'appunto, non lasciano traccia. Il libro, infatti, narra di soggetti diversi che non hanno mai potuto scegliere della loro vita finchè non è giunto il momento del coraggio, inteso come svolta, come il cacciar via la resa, di fronte agli eventi. Parliamo di minori, prostitute, migranti, braccianti e di tutti quelli che vivono ai margini.

Puntando i riflettori sul territorio salernitano, spicca all'occhio la figura di Edris, la cui storia è ambientata in Cilento. Puoi fornirci qualche dettaglio a riguardo? Quanto c'è di reale in questo racconto?

Edris è ispirato ad una persona di San Nicola La Strada, venuta alla luce da una mia inchiesta pubblicata sul mensile Tempi Cilento: in quel territorio ho tanti amici e, quindi, coltivo con San Nicola anche un legame affettivo. C'è da sottolineare che San Nicola La Strada non ha avuto la attenzione che meritava: oggi quella che era l'area agricola è stata si può dire seppellita da un Outlet, quasi a voler cancellare la memoria di quello che è stato. Edris è uno dei tanti sfruttati, è un profugo curdo che vive una fuga continua. Prima scappa dal carcere, dalle torture subite, poi dall'arresto e nel racconto fugge in sella su una bici rotta per raggiungere due amici che lo attendono alla stazione di Battipaglia, finchè non giunge al momento della scelta. Continuare a fuggire o sfoderare il coraggio? E per saperlo è necessario leggere la storia (ride).

Nel testo, si punta l'attenzione anche al ruolo dell'operatore sociale: come si colloca tale figura in questa inchiesta? Qual è il suo peso?

L'operatore sociale è l'unico contatto con la vita fuori dai margini, per i dimenticati. Si tratta di una figura capace di tendere la mano. Nel libro, ad esempio, raccontiamo anche di un minore aspirante boss che ha l'operatore sociale come suo unico punto di riferimento. E', in altre parole, l'altra figura senza traccia: i tagli dovuti alla crisi hanno colpito il welfare che, invece, può creare valide opportunità produttive. Senza traccia, dunque, non sono solo i protagonisti del libro, ma anche i territori in cui sono ambientate le storie e gli operatori sociali, costretti troppo spesso a vivere nella precarietà, nonostante il loro ruolo risulti fondamentale, laddove lo Stato si dimostra assente.

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