"Il lamento di chi non ce l'ha fatta e l'umanità in ospedale: scrivo per non dimenticare", intervista alla docente contagiata dal Covid-19

Michela Di Giore: "Nei prossimi mesi mi aspetto che alcune abitudini e stili di vita cambieranno, sperando che la mente umana non dimentichi il valore delle strutture sanitarie, perchè l'uomo, purtroppo, tende a non ricordare"

Michela Di Giore

Da fine marzo, la sua vita è stata travolta da un uragano. Di spavento, paura, sofferenza, ma anche di riscoperta del profondo senso di umanità, di forza e della solidarietà delle persone. Michela di Giore è un'insegnante del Vallo di Diano, tra i contagiati dal Covid-19. Come abbia contratto la malattia, per lei resta, ad oggi, un mistero. Senza mai arrendersi, ha iniziato a condividere la sua esperienza nel reparto Coronavirus dell'ospedale di Polla sulla sua pagina Facebook, dando vita ad una sorta di dario di bordo, per non dimenticare ciò che, insieme agli altri pazienti e al personale medico, sta vivendo in questo complesso periodo della sua vita, lontana fisicamente dagli affetti familiari, ma pur sempre in contatto con il mondo, grazie alle nuove tecnologie e ai social. Ci ha concesso un'intervista. Da leggere, tutta d'un fiato.

Michela, come è iniziata la sua battaglia contro il Covid-19? Quando si è accorta di essere positiva e quali sono state le sue prime sensazioni, dinanzi a questa doccia gelata?

Da domenica 22 marzo, ho avuto dolori all'addome e alle orecchie, nausea, mal di testa, per un paio di giorni. Poi avvertivo malessere agli organi, tra cui intestino, milza che mi portavano altro dolore all'inguine. E' sopraggiunta poco dopo la febbre, seppur bassa. Poichè soffro di appendicite, pensavamo che tali sintomi fossero collegati a quel problema: il medico mi visitò poco prima del week-end, riscontrando una infiammazione addominale e mi consigliò di recarmi in ospedale. Giunta presso il nosocomio, dal pronto soccorso, mi trasferirono nel triage e dalle analisi del sangue risultarono i globuli bianchi bassi. Da qui, il sospetto del Covid-19. Io ero convinta fosse impossibile ed inizialmente mi rifiutai di sottopormi al tampone, ma alla fine mio marito mi ha convinta. Dai risultati di fine marzo sono risultata positiva. Ricordo il panico in casa e l'incredulità, con i miei figli che piangevano. Avevo 20 minuti di tempo per prepararmi e poi l'ambulanza sarebbe arrivata. Non si capiva nulla: quei 20 minuti sono stati tremendi. Ho lasciato tutti loro, mi sono fiondata sotto la doccia e poi sono corsa in ospedale, con la paura di aver contagiato la famiglia. L'unico desiderio in quel momento era scappare presso il nosocomio e annunciare al mondo la mia situazione, come ho fatto già a bordo dell'ambulanza mentre mi portavano in reparto, sul mio profilo Facebook, per tranquillizzare tutti ed assicurare che già eravamo in quarantena. Non si sa come io abbia contratto il virus: in casa mia, 6 i casi negativi e solo io positiva.

In modo coraggioso e nell'ottica della condivisione della sua esperienza, ha trasformato la sua pagina Facebook in una sorta di dario di bordo in questa complessa situazione da affrontare: come è nata questa iniziativa di scrittura e come pensa la stia percependo chi legge?

L'iniziativa di scrittura è nata casualmente. Dal momento dell'annuncio, tanti i messaggi di solidarietà, tra chiamate, videochiamate con i miei figli e la famiglia. Poi ho iniziato a ricevere videomessaggi dai miei alunni commoventi e ho sentito il bisogno di dover ringraziare tutti. Sono così nati piccoli pensieri giornalieri che mi hanno aiutato a liberarmi: dopo tre giorni, ho avuto l'idea di avviare come una sorta di diario che è un impegno che porterò a termine fino a quando uscirò dall'ospedale. Capita che se un giorno io non scriva, tutti mi chiedano come mai ed inizino a preoccuparsi (sorride ndr). Credo che il mio possa essere un messaggio positivo: tutti mi dimostrano stima, mi dicono che sono una donna forte, con tanti messaggi di incoraggiamento, anche durante i racconti più negativi. Mi chiamano guerriera, ma io non sono una guerriera: credo che tutti, in una situazione estrema, facciano il possibile per la vita, non sento di essere una persona speciale.

Nel reparto dove è ricoverata, quale la persona o l'episodio che le rimarrà impresso per sempre? Può raccontarcelo?

Innanzitutto, quello Covid-19 è un reparto speciale, allestito in poco tempo e in modo incredibile. Dai medici, agli operatori sanitari e agli addetti alle pulizie: ho incontrato un'umanità notevolissima. Scriverne, servirà anche a non dimenticare. La mente con i farmaci e altro, fa fatica a volte a mettere a fuoco e a ricordare tutto questo. L'episodio che non dimenticherò mai è il lamento e la richiesta di aiuto di chi non ce l'ha fatta: morire senza un familiare è orrendo. In particolare, un vecchietto che era qui in reparto, ricordo, nascondeva sempre uno dei due telecomandi per la tv che dovrebbero essere condivisi da tutti. Lo nascondeva nelle coperte quando gli infermieri glielo chiedevano, forse per tentare di trovare un modo per aggrapparsi alla vita. Quando un mattino non abbiamo sentito più il rumore dell'ossigeno vicino al suo letto, abbiamo iniziato a piangere io e l'altra paziente presente. E' stato un momento doloroso. Fa male ricordarlo anche ora.

Se dovesse esprimere un desiderio, oggi, cosa chiederebbe e, infine, quali sono le sue previsioni da protagonista diretta dell'emergenza, in merito a ciò che ci aspetta nei prossimi mesi?

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Il desiderio che ho, non è per me. Io sono già stata fortunatissima. C'è gente che non ce l'ha fatta e altra che forse non ce la farà. Vorrei maggiore attenzione alle nostre strutture sanitarie: abbiamo dimostrato come il Vallo di Diano, luogo dimenticato da anni, sia un'eccellenza, con equipe medico e paramedico straordinari. Il reparto è stato allestito in tempi record, al meglio, anche grazie a tante donazioni di privati e amministratori. Desidero che non ci si dimentichi delle nostre strutture e che non ci siano più tagli alla Sanità. I complimenti per dottori e infermieri vengono accettati con discrezione: il personale ospedaliero ci ripete che in realtà sta svolgendo solo il suo lavoro, come sempre. L'ospedale è stato sempre presente e ci sarà. Questa è l'Italia bella che bisogna ricordare e, come mio impegno da protagonista di questa emergenza, penso di promuovere in ogni modo quanto accada: si parla male del Sud, senza valorizzare ciò che abbiamo. Nei prossimi mesi mi aspetto che alcune abitudini e stili di vita cambieranno, sperando che la mente umana non dimentichi il valore delle strutture sanitarie, perchè l'uomo, purtroppo, tende a non ricordare.

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