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Il derby d'Italia e la luce spenta all'improvviso: "Papà, trema tutto", il ricordo del terribile terremoto

Era il 23 novembre 1980, erano gli anni delle partite alla radio e della televisione in bianco e nero. Altri bianconeri, quelli della Juventus, giocavano contro l'Inter e la Rai, di consueto, trasmetteva in tv un tempo della partita più importante. Poi le scosse, gli armadi che dondolavano, la corsa in strada, le urla, il terrore, i morti

Era il 23 novembre 1980, erano gli anni delle partite di calcio alla radio e della televisione in bianco e nero. Altri bianconeri, quelli della Juventus, giocavano contro l'Inter: era il giorno del derby d'Italia. La Rai, di consueto, trasmetteva in tv un tempo della partita più importante. "Papà, perché è tutto buio? Mamma, andiamo a dormire". La luce si spense insieme alla partita "divorata" con gli occhi di chi si affaccia alla vita, in bilico in quel momento per l'accanimento del terremoto. Le scosse furono violente e devastanti; gli armadi dondolavano e le mattonelle saltavano. Poi la corsa in strada, le urla, il terrore, i morti. Il terremoto si prese tutto: i ricordi, i sogni dei bambini di Salerno e provincia che vedeno calciare Scirea in tv. Si prese anche le case, le camerette, gli affetti. "Dove andiamo, dove scappiamo?" Per istinto e per errore, molti si precipitarono verso il mare: era come un richiamo - la voce delle viscere -, ma in quel caso no, non poteva essere porto sicuro.

La pista che divenne parcheggio

C'è un'immagine sfocata ma terribilmente realistica, storica, sbiadita, di quelle che non vanno bene per il web ma che restano impresse nella mente e nel cuore, come le impronte sul cemento fresco. Nei giorni della tragedia, del lutto, della faticosa ricostruzione delle proprie famiglie e identità, del tempo e dello spazio, prima ancora degli edifici da rimettere in piedi, la pista di atletica dello stadio Vestuti divenne un enorme parcheggio per auto. E le automobili, a propria volta, divennero stanze da letto. Seguirono i giorni dei container ed un quartiere nella zona est di Salerno, Mariconda, ha dovuto convivere per anni con la lenta burocrazia. 41 anni, sono trascorsi 41 anni e Salerno, la sua provincia, la Campania tutta, non possono e non devono dimenticare. C'è un titolo di quotidiano che è storia, ha fatto scuola, mai più replicato, nel rispetto e in memoria di quella sacralità: "Fate presto", scrisse Il Mattino. Erano i giorni di Sandro Pertini tra le macerie a parlare ed a spiegare, da Presidente della Repubblica, che le popolazioni sconvolte dal sisma non sarebbero state lasciate sole. In quel momento, tutti si resero conto che sarebbe stato necessario puntare sull'organizzazione di un sistema di Protezione Civile in Italia. "Supereremo la pandemia così come facemmo nel 1980 con il terremoto", ha detto Michele Strianese, presidente della Provincia di Salerno.

Il dolore e il lutto

Il terremoto di magnitudo 6.9 uccise 3.000 persone e devastò l’Irpinia, la Basilicata, larga parte della Campania, una fetta della provincia foggiana. Erano le ore 19:34:53 e durò 90 secondi. Ipocentro a 15 chilometri di profondità. In provincia di Salerno, furono numerosi i comuni colpiti: tra quelli dichiarati "disastrati", c'erano Castelnuovo di Conza, Laviano, Colliano, Ricigliano, Romagnano al Monte, Salvitelle, San Gregorio Magno, Santomenna, Valva. Danni enormi anche nel capoluogo. Le vittime salernitane furono, in totale, oltre 500.

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