Ago Di Bartolomei, il ricordo di un campione intramontabile

Vent'anni fa la scomparsa di un mito. Indomito capitano della Roma, vince nella capitale uno scudetto e tre Coppe tricolori. A Salerno disputa le sue ultime stagioni spingendo i Granata verso la Serie B prima del suo tragico gesto

C'è qualcosa di epico nella vita di certi campioni. Che li rende immemorabili. In campo, con prestazioni da applausi senza fine. Ed anche oltre, con un estremo tragico gesto che ancora commuove gran parte della comunità sportiva italiana. Su e giù per il rettangolo verde, cuore, polmoni e grinta. Un autentico mediano a piazzarsi davanti la difesa. Sudore e grinta. Fosforo e muscoli. Lavoro silenzioso, caricandosi sulle spalle l'intera squadra. Pressing, marcature ed interdizione. Tanta sostanza, molta poca appariscenza. Lanci goniometrici a servire i compagni. Tiri da fermo potenti e temibili. Esultanze veraci. Gran lavoratore. Taciturno, a tratti schivo. Ma una pedina di lusso per ogni allenatore. Vent'anni fa passava a miglior vita, a sole 39 primavere, Agostino Di Bartolomei. Glorioso capitano della Roma, vinse in maglia giallorossa uno scudetto e tre Coppe Italia. Trascinò i suoi ad un passo dalla conquista della Coppa dei Campioni davanti ai propri tifosi, in una drammatica finale in scena allo stadio Olimpico della capitale: il Liverpool passò, dopo la ghigliottina dei calci di rigore, in una notte infinita ed alzò al cielo la "Coppa con le orecchie" il 30 Maggio del 1984, esattamente dieci anni prima di quel maledetto giorno di due decenni fa, quando lo stesso Ago impugnò la sua Smith&Wesson calibro 38 e, puntando dritto al petto, fece partire il colpo che gli centrò in pieno il cuore. La Curva Sud capitolina lo ricorda con imperituro attaccamento, non potrebbe essere diversamente per un gladiatore con 11 stagioni di onoratissima militanza in giallorosso, 237 gare disputate e 50 reti siglate. Una sola espulsione in carriera per lui, emblema di un fair-play nel mondo del pallone del tempo che fu.

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Una bandiera, che si vedeva soprattutto quando il vento spirava forte. Probabilmente, quando nell'estate del 1984 passò al Milan, Roma non aveva realizzato di aver perso un mito. All'ombra della Madonnina giocò per tre stagioni, quasi un centinaio di partite, realizzando otto reti, una delle quali in un derby contro l'Inter. Nel triennio milanese forse le prime avvisaglie della sua parabola discendente che ha oscure ragioni. O forse chiare: la solitudine dei numeri uno. Quel silente e strisciante male che può logorare destini e vite di tutti, anche dei grandi. Ingigantito dall'irriconoscenza patita all'atto del distacco dalla sua amata Roma. Passò, di poi, sempre in massima serie, al Cesena per una stagione, 25 gare e quattro reti per lui. Sul finire di carriera, la sua luce di campione ebbe il tempo di riflettersi anche con la maglia della Salernitana, conducendola alla conquista della Serie B dopo ben 23 anni di attesa. Fuori dalle luci della ribalta del calcio d'elite, Salerno ha cercato di dargli quel calore di cui aveva bisogno. Ma non c'è stato nulla da fare. Nella vita di Ago il cuore sarà stato il bersaglio più colpito, lui che in campo calciava con maestrìa e non lesinava sacrificio fino allo spasimo. Il 30 Maggio di venti anni fa il triplice fischio. A San Marco di Castellabate, paese originario della sua compagna, Ago gioca contro se stesso la partita delle partite, la perde e vola via: stavolta il suo colpo che va a bersaglio getta nella costernazione l'Italia sportiva.

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