Il "clan" di Antonio Pignataro, tra politica ed edilizia: in 10 a processo

Giorni fa, il gup del tribunale di Salerno ha rinviato a giudizio dieci persone con l’accusa di associazione di stampo mafioso. E' lo stralcio dell'inchiesta "Un'altra storia"

Per la procura Antimafia, con tesi avallata dal gup, esisteva un’associazione mafiosa. Un’organizzazione criminale che a Nocera Inferiore avrebbe avuto come suo riferimento Antonio Pignataro, tra i superstiti del gruppo della Nco di Cutolo e diventato poi novello boss a Nocera per mano di Pasquale Galasso, luogotenente di Carmine Alfieri e capo della «Nuova Famiglia».

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L'indagine

Giorni fa, il gup del tribunale di Salerno ha rinviato a giudizio dieci persone con l’accusa di associazione di stampo mafioso. Oltre a Pignataro, ci sono anche Ciro Eboli, una sorta di «braccio destro»,  Carmine Afeltra, Luigi Sarno, Guerino Prudente, Domenico Orsini, l’ex vicesindaco Antonio Cesarano, l’ex consigliere comunale Carlo Bianco, Rosario e Pasquale Avallone. Il processo si aprirà il prossimo 17 dicembre. Sullo sfondo c’è l’inchiesta "Un’altra storia", con l’accusa stralciata dal resto dei reati, da mesi al vaglio del tribunale di Nocera Inferiore, dove gli stessi imputati devono difendersi da altre contestazioni, come quella di scambio elettorale politico-mafioso. Secondo le indagini della Dda, il gruppo si sarebbe avvalso della «forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà» per gestire il controllo di attività economiche, orientare il voto durante le ultime elezioni e commettere tutta un’altra serie di delitti attraverso minaccia e violenza. Tra gli episodi citati, quello di punire un ragazzo straniero colpevole di aver picchiato il figlio di Pignataro, durante una partita di calcio della Nocerina. E ancora: programmare azioni ritorsive verso una serie di collaboratori di giustizia, far desistere una famiglia dall’occupare un appartamento che era nelle disponibilità di uno dei "sodali", intervenire a seguito dell’aggressione subita da una persona vicina allo stesso gruppo e ottenere sconti su forniture di cemento per un’impresa edile. Anche stavolta, così come per l’accusa di scambio-mafioso, il gruppo avrebbe provato ad infiltrarsi nella pubblica amministrazione grazie ad un ex consigliere comunale ed un ex assessore. Agli atti, il tentativo di far lavorare una giovane in un’impresa di pulizie, la gestione dell’attacchinaggio manifesti per alcuni candidati a sindaco e il voler orientare le elezioni a favore di Carlo Bianco, Ciro Eboli e Nicola Maisto. Negli interessi dell’ex boss c’era una casa famiglia che sarebbe dovuta sorgere nei pressi della parrocchia di San Giuseppe. In sede di Riesame, l’accusa di associazione era caduta, ma per il gup andrà fatto un processo per stabilirlo

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